martedì 17 gennaio | 16:29
pubblicato il 29/mar/2014 14:13

Riforme: con nuove Province 'vulnus' a Costituzione autonomie (nota)

(ASCA) - Roma, 29 mar 2014 - Luigi Sturzo, massimo pensatore contemporaneo nel nostro Paese in materia di autonomie locali e del loro ruolo nello Stato e nella comunita', troverebbe qualcosa da ridire sulle riforme in corso, a partire da quella pomposamente definita come abolizione delle Province.

Rispetto alla tesi tradizionale dello Stato-persona la nostra Costituzione ha accolto il concetto complesso di Stato-comunita' del quale elemento costitutivo sono proprio le autonomie locali, concepite come forma di organizzazione della societa' pre-esistenti rispetto allo stesso Stato. Non, quindi, forma di decentramento di funzioni amministrative statali o regionali o strumenti gestionali settoriali, ma organismi destinati ad incidere sulla forma stessa di esercizio del potere. Non a caso non vi e' contrapposizione, le autonomie locali sono esse stesse lo Stato.

Nel corso degli ultimi anni e' prevalsa nell'ambito del sistema della pubblica amministrazione una visione neo-centralista e presuntamente efficientista (in larga misura dovuta alle posizioni secessionistitiche della Lega Nord ma condivisa da parte della sinistra), tesa a porre al centro di tutto l'ordinamento regionale, con alterazione dell'equilibrio costituzionale che vedeva sul medesimo piano di parita' Comuni, Provincie e Regioni.

Il neocentralismo regionale ha, via via, alterato ogni rapporto, arrivando a subordinare gli altri livell di governo locale ad ipertrofiche amministrazioni regionali che, tradendo la Costituzione, si sono trasformati in scimmiottature dello Stato centrale, costituendo proprie voraci burocrazie, anziche' limitarsi a programmare e legiferare nelle materie di competenza, lasciando l'esercizio delle funzioni amministrative agli enti locali (comuni e provincie). Le politiche restrittive della spesa pubblica dei Comuni e la dichiarazione delle Province come enti superflui nascono da qui, da questa deriva alla quale non si pone rimedio. E le Province (enti di area vasta in ambito regionale), sono cosi' poco superflue che non vengono affatto abolite, tanto che ci si limita ad abolire la elezione diretta dei suoi organi, limitando in modo grave il controllo dei cittadini sulle sue spese e sull'operato degli amministratori. Le nuove Province saranno una sorta di enti per notabili, sotto controllo dei partiti, cosi' come a lungo e' stato per i dipartimenti in Francia finche' governi ''socialisti'' di quel Paese li hanno restituiti al controllo diretto dei cittadini.

La logica e' evidente, si tratta di offrire sull'altare dell'antipolitica un argomento di pronta ''beva'', a dimostrazione che la classe politica sa ridursi ed autoriformarsi. Nel frattempo del disegno complessivo delle istituzioni del nostro Paese sembra interessare poco.

Prende piede, contro la visione rappresentativa e rispettosa del rapporto con i cittadini, la visione funzionalistica: si torna indietro quanto a gestione del territorio. Tanti bei consorzi e societa' di scopo per la gestione dei servizi, anziche' un modello integrato ed efficiente di area vasta, interlocutore e protagonista con gli altri livelli di governo.

Nel frattempo, dei presunti benefici per la spesa pubblica delle riforme promosse dal ministro dell'Economia, Tremonti (abolizione delle Comunita' montane, piccoli Comuni messi in condizione di non poter operare), si e' persa traccia, mentre rimane il danno permanente recato al tessuto locale. Si va sulla stessa strada. Ancora una volta ci si propone di fare bella figura a spese degli altri: anziche' razionalizzare la organizzazione periferica di Stato e Regioni, si incide sulle modalita' con cui liberamente i cittadini organizzano le comunita' locali. Esistevano una volta associazioni delle autonomie locali propositive e combattive, pronte a battaglie di sistema e non di natura sindacal-corporativa.

Difficile aspettarsi dal combinato disposto tra centralismo statale e centralismi regionali qualcosa di buono.

dir/

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