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pubblicato il 21/nov/2013 18:32

Riforme: chiave di volta per quelle strutturali e contro le corporazioni

di Angelo Mina. (ASCA) - Roma, 21 nov - Molte speranze di avere in un futuro prossimo un ''paese normale'', dal punto di vista della sua struttura sociale e politica, sono rivolte alle riforme costituzionali che il Parlamento dovra' affrontare nei prossimi mesi. Una grande riforma che investira' forma di governo, Parlamento, articolazione territoriale e presidenza della Repubblica, che nell'auspicio del presidente del Consiglio dovrebbe completarsi entro la prossima estate. A parte i tempi, pure importanti, tra gli studiosi della materia ci si chiede se la riforma da sola sara' in grado di dare un impulso alla crescita del Paese. Come ha sottolineato recentemente la Commissione europea e organismi come l'Ocse, l'Italia deve affrontare profonde riforme strutturali se vuole ripartire. E quando questi organismi internazionali parlano di riforme strutturali si riferiscono ad una dimensione economica che fino ad ora e' rimasta del tutto estranea al dibattito delle riforme costituzionali. Come ha osservato uno studioso come Sergio Fabbrini, l'Italia non e' l'unico paese dell'Unione che e' chiamato ad affrontare la sfida delle riforme strutturali, pero' ''e' l'unico, tra questi Paesi, che deve promuovere la riforma economica nello stesso tempo in cui e' costretto a realizzare anche la riforma costituzionale''. In altre parole se altri paesi hanno nel loro governo lo strumento per la riforma economica, da noi tutto diventa piu' problematico sia per la debolezza della nostra forma di governo sia per un quadro politico che non riesce ad esprimere una omogenea maggioranza parlamentare (quindi di governo). Non e' una questione di poco conto. Anche se l'abitudine a convivere con questa debolezza, che spinge a trovare equilibri (ma anche compromessi), puo' sopperire alla funzionalita' e immediatezza dello ''strumento'' degli altri paesi certamente non facilita il compito dell'Italia ad uscire dalla crisi. Il guaio e', come sottolinea Fabbrini, che ''decenni di non governo, o di governi deboli, hanno favorito la diffusione di rendite di posizione, di micro-corporativismi, di network economici e politici specializzati nella difesa di interessi costituiti''. ''Il sistema pubblico -prosegue Fabbrini- in molte delle sue articolazioni amministrative e' rinchiuso su se stesso, come rinchiusi su se stessi sono i nostri sistemi finanziari e societari''. Il risultato sono barriere istituzionali ed economiche tutte finalizzate ad ostacolare l'innovazione e a mantenere in vita un diffuso sistema corporativo ed oligarchico. In queste consizioni ''e' difficile -sintetizza il prof. Fabbrini- che l'Italia produca gli Obama in politica o i Jobs in economia, se le oligarchie controllano le porte di accesso alle risorse o alle decisioni''. A fronte di questo quadro, appare ancora piu' importante il processo di riforma costituzionale che, anche all'occhio del piu' scettico, non puo' non proporsi come il solo inizio possibile per dipanare -o auspicabilmente, tagliare- la matassa corporativa che sempre piu' assomiglia ad un nodo gordiano. In questo quadro, cancellare il bicameralismo perfetto e dare vita ad una nuova forma di governo (che sia premierato forte o semipresidenzialismo) e' veramente il passaggio obbligato per una ''democrazia decidente'' che veda un aumento dei poteri del governo e uno parallelo del Parlamento con funzioni di controllo e di indirizzo. Solo partendo da qui si potra' tagliare il nodo delle corporazioni e delle oligarchie che soffocano il sistema economico e sociale del nostro Paese. A ben vedere questo dimostra anche la superficialita' e la sprovvedutezza, ma anche la malafede di chi ancora reclama di fare una legge elettorale per poi andare subito al voto. min/vlm

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