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pubblicato il 03/giu/2014 17:11

Riforme: bicameralismo-legge elettorale, resa dei conti su nodi decisivi

di Angelo Mina.

(ASCA) - Roma, 3 giu 2014 - Due sono i nodi che nei prossimi giorni dovranno essere sciolti in tema di riforme. Nodi complessi il cui scioglimento e' decisivo per la sorte del processo di riforma istituzionale e politico. Per primo va affrontato il nodo del bicameralismo perfetto (il secondo e' quello della legge elettorale), da chiudere con una soluzione che ha due sole alternative: un monocameralismo secco, che viene realizzato con la soppressione tout court del Senato; oppure un bicameralismo disuguale che lascia in vita il Senato, ma con funzioni completamente diverse da quelle di oggi con la cessazione del rapporto politico fiduciario verso il governo e con la funzione nuova di rappresentanza territoriale e di mediazione tra il territorio e lo Stato centrale. La seconda soluzione sembra essere quella preferita e infatti di questa si sta trattando nella Commissione Affari costituzionali del Senato, dove questa sera peraltro scade il termine per la presentazione degli emendamenti al testo base, che e' il ddl presentato dal governo. Anche in questo caso due sono i principali problemi da affrontare. Il primo, quello che ha attirato maggiormente l'attenzione dei media, riguarda il modo di designare i nuovi senatori. Il ddl del governo propone un'elezione di secondo grado che deriva dalla composizione dei consigli regionali ma anche dei sindaci, principalmente dei comuni capoluogo di provincia e delle citta' metropolitane. Schema rimasto in piedi solo per il principio della elezione di secondo grado, visto che lo stesso governo si e' detto disponibile a modifiche significative, a partire dalla soppressione dei 21 senatori di nomina quirinalizia. Disponibilita' anche a ridurre il ruolo paritario dei sindaci rispetto alle Regioni.

A questo schema si oppone chi ha proposto di mantenere l'elezione diretta da parte di tutti i cittadini dei nuovi senatori. Proposta avanzata dal senatore Pd Vannino Chiti, condivisa da una ventina di senatori del suo partito appartenenti alla sinistra della minoranza Pd. A questi si dovrebbero aggiungere (almeno in gran parte) i grillini, i senatori di Sel, i falchi di FI, la Lega Nord e altre componenti di destra. Convergenza un po' per battere (comunque) il governo e Renzi in particolare, un po' per difficolta' , anche psicologica, ad abbandonare un mondo antico ma abituale e un po' perche' c'e' una resistenza dei senatori a cancellare se stessi. Ma il tipo di elezione non e' un elemento neutro. Se la designazione e' di secondo grado si certifica la diversita' del nuovo Senato che non sara' piu' una camera politica. Se invece la designazione avviene con una elezione diretta -a suffragio universale- sara' difficile negare al nuovo Senato una valenza politica che entrerebbe in gioco in modo concorrenziale alla Camera dei deputati verso la quale si cerchera' di condizionare le decisioni. In questo senso potrebbe essere letta l'iniziativa di Chiti, che non e' certo antigoverno come sono invece le prese di posizione di grillini, falchi di Fi, Lega Nord, e componenti minori di destra. In questa prospettiva Chiti sembra essere il ''traduttore'' parlamentare della ''sindrome del tiranno'' teorizzata dai professori Stefano Rodotaa' e Gustavo Zagrebelsky, che temono una ''svolta autoritaria'' con il prevalere del governo sul quadro politico istituzionale. A questo punto il nodo da sciogliere riguarda una scelta da fare tra un Senato rappresentante dell'articolazione territoriale e mediatore verso lo Stato centrale, e un Senato di garanzia che svolga la funzione di freno nei confronti della Camera. Il tentativo di evitare uno scontro che non sarebbe assolutamente capito dai cittadini e che potrebbe mettere in forse lo stesso cammino delle riforme, per ora ha messo in campo una mediazione: i nuovi senatori potrebbero essere eletti in concomitanza delle elezioni regionali con il ricorso ad appositi listini, oppure ricorrere al metodo francese che prevede l'elezione dei senatori ad opera dei sindaci su base dipartimentale (in Italia su base regionale).

E' evidente che la parte politicamente piu' complessa del nodo e' quella relativa alla natura e alla funzione da attribuire al nuovo Senato. E su questo e' prevedibile che ci sara' il confronto piu' duro. Il secondo nodo da sciogliere poi e' quello della riforma elettorale. Il voto delle Europee, ma a ben vedere anche quello delle amministrative, ha messo in crisi lo schema dell'Italicum, a partire dalle soglie. Quella in alto del 37,5% per potere conquistare il premio di maggioranza, ora appare meno difficile da raggiungere e per di piu' Berlusconi e FI hanno la concreta prospettiva di poter essere perfino esclusi dai ballottaggi. Le soglie in basso (4, 8 e 12%) predisposte per entrare in Parlamento e per accedere al riparto dei voti sono ora viste come troppo escludenti. Politicamente, se Berlusconi pensava di riunire i moderati con un Alfano che torna a casa col cappello in mano, ora si trova in condizione di essere ''costretto'' all'alleanza e chiedere a lui i rinforzi. Il voto amministrativo e' una conferma di queste riflessioni, perche' dimostra che le due forze principali in campo (al di la' del risultato) sono ancora centrosinistra e centrodestra con M5S in terza posizione. Sono valutazioni politiche, ma sicuramente destinate a fare rivedere molte convinzioni del passato. E in questo caso non stupirebbe se l'Italicum prevedesse la soglia alta al 40% e quelle basse uniformate in un solo 5%. Non stupirebbe neanche se si andasse sul serio a mutuare lo schema dell'elezione del sindaco con la designazione del vincitore a chi supera il 50% piu' 1, altrimenti si va al ballottaggio tra i primi due. min/vlm

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