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pubblicato il 17/lug/2014 14:06

Riforme: 8.000 emendamenti per ''scambio'' Senato-legge elettorale?

di Angelo Mina.

(ASCA) - Roma, 17 lug 2014 - Oltre 7.800 sono gli emendamenti che sono stati presentati al Senato sulla riforma costituzionale del Senato e del Titolo V della Costituzione.

Emendamenti che di propositivo in senso costruttivo hanno poco o niente, perche' la loro natura e' di fuoco di sbarramento nei confronti della riforma voluta da Renzi. A presentarne piu' 6.000 e' stata Sel da sola che del fallimento della riforma ne ha fatto un obiettivo dichiarato in difesa -si afferma- della democrazia parlamentare.

Poco piu' di un migliaio sono gli emendamenti presentati da Fi (prevalentemente dai senatori che hanno aderito alla fronda). Gli altri con numeri piu' normali e fisiologici sono stati presentati da senatori del Pd (l'area del dissenso di Chiti, Mineo e Casson), da Pi, FdI, M5S e Lega Nord. Il segno distintivo di tutti e' la contrarieta' alla riforma che si desidera cancellare, ma che in subordine la si vuole modificare nel senso di non cancellare del tutto il bicameralismo paritario tra Camera e Senato. Si accetta che a dare (e togliere) la fiducia al governo sia solo la Camera dei deputati ma per il Senato non si vorrebbero trasformazioni radicali modello Bundesrat tedesco, ma tenerlo in vita anzitutto con una elezione diretta da parte dei cittadini e poi con funzioni e poteri che ne farebbero, come esplicitamente dichiarato, un ''organo di garanzia e di controllo'' sulla Camera. Ma considerando che e' la Camera dei deputati la camera politica, gli eleganti termini istituzionali si possono realisticamente tradurre in ''freno'': un freno politico nei confronti della Camera e di conseguenza del Governo. Se questa fosse la soluzione finale adottata, non si potrebbe parlare di fine del bicameralismo paritario (o perfetto) perche' non si approderebbe ad un (temuto) monocameralismo, ma ad un bicameralismo attenuato ma la cui struttura istituzionale non risolverebbe il problema dei tempi lunghi ed elefantiaci della nostra produzione legislativa e parlamentare.

Ma a chi interessa tutto questo? E perche'? La posta in gioco ultima e vera e' il superamento di un modo di ''fare'' politica che nato a meta' del secolo scorso ha ereditato tutte le cautele e le paure conseguenti alla dittatura fascista ma anche della aspra contrapposizione della guerra fredda. Un modo di fare politica che si e' concretizzato con partiti strutturati in complessi e vasti apparati che col tempo, diminuite o venute meno le paure da sindrome del tiranno, hanno trovato una ''logica forte'' nella loro stessa sopravvivenza. Il tutto in una concezione statica della politica che e' andata ben oltre il consociativismo (che pure ha salvato il paese da crisi drammatiche) e che oggi sopravvive appellandosi alla necessita' di salvaguardare la democrazia da rischi autoritari contenuti nei progetti di riforma istituzionale.

Non e' un caso che i ''guardiani dell'ortodossia istituzionale'' da prima repubblica concentrino la loro attenzione (e preoccupazione) piu' che sul Senato sulla legge elettorale. Numerose sono infatti le dichiarazioni che fanno capire che c'e' una disponibilita' a far cadere gli emendamenti e in sostanza a fare passare la riforma del Senato e del Titolo V, se il governo e la maggioranza acconsentono a modifiche della riforma elettorale.

Queste modifiche nella loro sostanza riguardano la sopravvivenza dei partiti che le alte soglie di accesso in parlamento (4%, 8% e 12%) a seconda che si presentino da soli o coalizzati, mettono realisticamente in pericolo. Se si considera che diversi soggetti politici sono al di sotto del 5% e quindi prevedibilmente esclusi dal parlamento, si comprende l'ansia del partito in questione e di tutto il suo apparato fatto di persone che di politica vivono. Ecco il motivo forte delle pressioni per ottenere modifiche che permettano la sopravvivenza. In questa ottica i quasi 8.000 emendamenti possono essere una massa critica di manovra per ottenere uno scambio: il nuovo Senato in cambio della propria vita. Meno drammaticamente si puo' ipotizzare e dire che se le soglie di ingresso al Parlamento si abbassano, ad esempio al 5 ma anche al 4%, se si apre alle preferenze (una o due se la seconda e' di genere diverso) e se si alza il tetto per il premio di maggioranza dal 37 al 40% senza il quale si va al ballottaggio tra i primi due, allora e' probabile che la riforma si possa approvare, anche prima della pausa estiva.

Nella stessa logica vanno considerate le proposte di referendum propositivi (Lega Nord) e di riduzione dell'immunita' parlamentare (M5S).

In questo contesto un posto particolare hanno poi i ''dissidenti'', specie nel Pd, che stanno conducendo una battaglia di principio, ideologica, per la conservazione del quadro istituzionale originale, mettendo in dubbio anche la legittimita' di procedere ad una riforma della Costituzione che non sia di singoli punti, oltre i quali occorrerebbe una Assemblea costituente. Ma, certo, qualche dubbio sorge anche su motivazioni meno di principio e piu' politiche visto che si tratta di esponenti della minoranza del partito ai quali non dispiacerebbe ridimensionare la figura del segretario e premier Matteo Renzi. In conclusione non sembra campata in aria la battuta di chi suggerisce che le opposizioni scrivono la parola Senato, ma la leggono legge elettorale.

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