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pubblicato il 25/ago/2014 17:12

Rai: lettera Libersind a gruppi parlamentari, non depotenziarla

(ASCA) - Roma, 25 ago 2014 - '''Le trasformazioni dovute alle nuove tecnologie non devono portare a nuove esclusioni. Il progresso tecnologico e' fondamentale per il nostro Paese.

L'obiettivo deve essere quello di ridurre il digital divide che e' il nuovo volto della vecchia disuguaglianza. Bisogna puntare ad una alfabetizzazione che coinvolga tutte le fasce sociali, il ruolo fondamentale della scuola e tutti devono ''essere cittadini digitali o la cittadinanza risultera' fittizia'''.

''Queste sono affermazioni del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini in occasione della presentazione della relazione annuale 2014 di AGCOM. Tali condivisibili passaggi di discorso - afferma in una nota il segretario generale del Libersind/Confsal, Giuseppe Sugamele - potrebbero essere riferiti, senza alcuna modifica, al ruolo che il Servizio Pubblico Radiotelevisivo ha espletato con riconosciuto successo in Italia sin dai primi anni '50, quando si tratto' di alfabetizzare il Paese e il ''Divide'' non era digitale ma linguistico e culturale. La RAI rimane pur sempre la piu' grande azienda culturale del Paese, un patrimonio da tutelare e sviluppare piuttosto che depotenziare con atti di privatizzazione incomprensibili ed antistorici poiche' per cogliere l'obiettivo della riduzione del 'digital divide' evidenziato dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e' necessario un deciso quanto inevitabile intervento pubblico. La ragione e' ovvia. Non solo il rapporto AGCOM fotografa una crescente crisi industriale del settore delle TLC ma evidenzia pure, in modo inequivocabile la necessita', per le aziende private del comparto, di avviare soltanto investimenti di sicuro e tempestivo ritorno economico. Cio' significa che gli operatori privati TLC oggi versano in difficolta' economiche e non hanno nessuna intenzione di risolvere il problema della connettivita' e della copertura digitale di quei territori, quasi tutti concentrati nel meridione d'Italia, che per la loro conformazione orografica e per la scarsa densita' demografica, non costituiscono un adeguato business.

Di fronte a questo scenario di profonda crisi, risulta assai difficile immaginare di poter abbattere il 'digital divide' attraverso un interessamento del settore privato. Occorre piuttosto - per il Libersind/Confsal - mettere in campo e pianificare una concreta azione pubblica attraverso l'operativita' di aziende strategiche di proprieta' diretta dello stato o ad essa riconducibili. Per queste ragioni risulta oltremodo inconcepibile la vicenda della RAI, che dopo la conversione in legge del DL.66/2014, per ripianare la sottratta erogazione di 150 milioni di euro del canone TV, l'imposta di scopo dovuta dallo Stato alla RAI a fronte del contratto di servizio in essere, i vertici aziendali hanno previsto la quotazione in borsa e la conseguente cessione ad investitori privati, eventualmente anche esteri, di azioni della societa' consociata RAI WAY. I motivi della ferma opposizione alla quotazione azionaria di RAI WAY da parte nostra, delle altre OO.SS. che hanno recentemente scioperato e rappresentano la totalita' dei lavoratori della RAI e, vogliamo aggiungere, anche di tanti cittadini-utenti, sono molteplici e di straordinaria importanza''.

Esiste poi, a giudizio del Libersind/Consal, ''una questione di rilevanza industriale poiche', se sono veri i contenuti della relazione 2014 AGICOM, allora la quotazione azionaria di RAI WAY si colloca in un momento di grave crisi dell'itero comparto TLC, con il rischio di svendere un patrimonio di proprieta' dei cittadini italiani in un momento negativo. E' totalmente sbagliato ricorrere alla seppur parziale allocazione di quote azionarie perche' apre al rischio sempre possibile di OPA e quindi di perdita da parte dello stato della proprieta' su RAI WAY, la quale oltretutto dovrebbe poi stornare al nuovo proprietario somme per affitto dei circuiti trasmissivi, oggi non dovute a nessuno. Va anche detto che il patrimonio complessino di RAI WAY non e' determinabile attraverso parametri industriali poiche' vi e' insito un valore intrinseco ed intangibile che non e' quotabile. Ci riferiamo al fatto che i siti montani, ove negli anni 50 sono stati edificate le postazioni trasmittenti di RAI WAY, oggi sono indisponibili poiche' diventati parchi regionali e realta' ambientali protette. Pertanto, per un ipotetico operatore reti che volesse dotarsi di una rete trasmissiva efficiente e ottimale, oggi sarebbe impossibile ottenere il posizionamento orografico unico ed irripetibile analogo a quello delle torri di RAI WAY. Ne consegue che qualsiasi quotazione azionaria consentirebbe a soggetti terzi di acquisire non solo una disponibilita' infrastrutturale valutabile ma anche una componente inestimabile, dato dal posizionamento esclusivo degli impianti RAI WAY.

Con queste premesse vogliamo diffondere la nostra lettera aperta, nella speranza che coloro i quali sono in indirizzo e sono parte attiva della politica italiana e comunque chiunque la legga, possa condividere con noi le nostre preoccupazioni che evidentemente non sono esclusivamente di natura sindacale ma motivate da un prossimo svilimento di un fondamentale patrimonio pubblico. La nostra Organizzazione Sindacale chiede pertanto un confronto con le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, per ricercare quelle motivazioni che convincano ad attivarsi affinche' il nostro Paese, anche in futuro, possa disporre della piena proprieta' del suo Servizio Pubblico Radiotelevisivo e delle sue reti trasmissive e possa garantire agli italiani, oltre alla sicurezza nazionale, quel pluralismo informativo, quella narrazione culturale e quel prodotto di qualita' che i cittadini-utenti giustamente pretendono''.

red/mar

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