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pubblicato il 20/apr/2013 18:28

Napolitano: conferma senza precedenti. Gronchi e Saragat fecero flop

Napolitano: conferma senza precedenti. Gronchi e Saragat fecero flop

(ASCA) - Roma, 20 apr - Giunto quasi al collasso, il sistema politico ha trovato l'inedita soluzione della riconferma di Giorgio Napolitano al Quirinale. L'anziano Presidente ha posto condizioni precise ai partiti ma poi, con spirito di servizio, ha accettato pur avendo smentito per mesi questa eventualita'. Dopo il siluramento delle candidature di Franco Marini e Romano Prodi da parte dei franchi tiratori del Pd, con il ritorno al muro contro muro con il Pdl, non c'erano molte altre alternative. Ecco cosi' che Napolitano si e' confermato prestigioso punto di riferimento condiviso dell'intero sistema istituzionale e politico, in grado ancora una volta di riportare le tensioni al livello di guardia. Non ci sono precedenti nella storia repubblicana di altri Capi dello Stato confermati oltre i sette anni del loro mandato. All'opposizione restano solo Sel e M5S. Questo 2013 passera' ai posteri come ''l'anno della coabitazione dei due Papi'' e come ''l'anno del Presidente dei due mandati''. Se si guarda intanto alle precedenti elezioni dei Presidenti della Repubblica, si scopre che solo in due occasioni e' stato adottato il metodo della condivisione fra maggioranza e opposizione. La norma e' stata, invece, quella del raggiungimento di accordi di maggioranza. Francesco Cossiga, a soli 57 anni, nel 1985 fu eletto con 752 voti su 997, grazie alla convergenza tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Il 18 maggio 1999 tocco' a Carlo Azeglio Ciampi essere eletto al Colle con il suffragio dell'Ulivo e del centrodestra. Ex governatore della Banca d'Italia, premier nei primi anni Novanta, fu eletto al primo scrutinio con 707 voti su 990. Sette anni dopo non si e' ripetuto lo stesso metodo: il centrodestra non ritenne di convergere sulle indicazioni fornite dal centrosinistra e Napolitano - oggi acclamato come unica soluzione - fu eletto al quarto scrutinio con 543 voti sui 990 a disposizione. Un altro caso di larga convergenza fu quello che porto' all'elezione di Giuseppe Saragat, leader socialdemocratico, il 28 dicembre del 1964 dopo 21 estenuanti scrutini: ottenne 646 voti sui 937 a disposizione. Nell'accordo che coinvolse il Pci si disse entro' anche il tema ''grazia'', annunciata poi dal nuovo Presidente nei confronti di Francesco Moranino, ex capo partigiano, due volte parlamentare comunista, condannato all'ergastolo nel 1956 per l'uccisione di alcuni civili avvenuta nel 1944 in un episodio controverso della guerra partigiana. Sette anni dopo Saragat non riusci' a farsi rieleggere, nonostante le 11 fumate nere sul nome di Amintore Fanfani. Nel 1971, a dicembre, fu eletto Giovanni Leone, Dc, con 518 voti su una platea di 996: la salita al Colle fu possibile grazie alla confluenza sul suo nome dei voti a disposizione del Msi (Leone si dimise nel 1978 a causa delle polemiche che lo coinvolsero sullo scandalo Lockheed, al quale risulto' poi come estraneo). Fanfani non ha dietro di se' tutto il partito: prende appena 388 voti, contro i 397 del socialista Francesco De Martino, votato compattamente da Psi e Pci. E negli scrutini successivi il divario, anziche' ridursi, aumenta. I socialisti, col segretario Giacomo Mancini, non mollano su De Martino, anche se Bettino Craxi lavora alla soluzione Moro. Ma di Moro non vuol sentire parlare La Malfa, che chiede espressamente un laico, o al massimo un cattolico ''poco colorito''. Il Pli e' fermo sul suo segretario, Giovanni Malagodi, e cosi' il Psdi e' fermo sul nome del suo leader Saragat. Poi spunta il nome di Leone. Che il metodo della condivisione sia una eccezione e non la regola, lo dimostra pure l'elezione di Luigi Einaudi, avvenuta nel maggio 1948, primo presidente dell'Italia repubblicana: ottenne 518 voti sugli 872 della platea degli elettori. Per l'elezione di Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato eletto dalla Costituente, si ebbe bisogno di un solo scrutinio il 26 giugno 1946: 356 voti su 501 votanti. Nel 1955 fu la volta di Giovanni Gronchi, Dc: ottenne 658 voti su 853. Nel 1960 nomino' Presidente del Consiglio Fernando Tambroni che riusci' a ottenere la fiducia del Parlamento solo con l'appoggio dei voti del Msi Cio' produsse scontri in diverse citta' d'Italia, in particolare a Genova, Licata e Reggio Emilia. Tambroni fu costretto a rassegnare le dimissioni e l'incarico fu poi affidato a Amintore Fanfani. Questi episodi pregiudicarono la rielezione di Gronchi a un secondo mandato, ipotesi per la quale si era dichiarato a favore Enrico Mattei, presidente dell'Eni. Nei primi 8 scrutini delle elezioni del 1962 per il Capo dello Stato, Gronchi ottenne tra i 20 e i 45 voti, pur non essendo il candidato ufficiale del suo partito. Nel 1962 al Colle fu eletto con maggioranza semplice Antonio Segni, Dc: bisogno' aspettare 9 scrutini, ottenne solo 443 voti sugli 842 a disposizione (si dovette dimettere a causa di un ictus due anni dopo). Larga convergenza nel 1978 sul socialista Sandro Pertini: 832 voti su 995, un record. Ma anche in quel caso si dovettero attendere ben 16 scrutini. Il presidente forse piu' amato dagli italiani, ex presidente della Camera, fu eletto alla fine piu' per sfinimento dei partiti che non trovavano un accordo tra loro che per una reale convinzione. Nel 1992 fu eletto un altro ex presidente della Camera: Oscar Luigi Scalfaro, Dc, tra i partecipanti all'Assemblea costituente. Ottenne 672 voti su 1014. Nei primi scrutini la Dc aveva puntato sul nome di Arnaldo Forlani. Insomma, il metodo della condivisione non e' mai apparso l'elemento di garanzia sulla capacita' dell'eletto a Capo dello Stato di esercitare in autonomia quel ruolo di garante della vita democratica del Paese che la Costituzione gli assegna. gar/vlm

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