sabato 03 dicembre | 13:06
pubblicato il 30/dic/2013 15:56

Napolitano: ''stabilita' e riforme o valutero' mio incarico''

Napolitano: ''stabilita' e riforme o valutero' mio incarico''

+++ Ecco il 2013 del Capo dello Stato: dalla (straordinaria) rielezione all'incarico a Letta, dalla nomina dei nuovi senatori a vita alla richiesta di piu' rigore nell'uso dei decreti legge +++. (ASCA) - Roma, 30 dic - E' l'anno che non ti aspetti, il 2013, per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Doveva essere l'anno della fine del settennato ed invece e' stato l'anno del nuovo inizio, l'anno della sua rielezione (cosa unica nella nostra storia repubblicana) al Colle. Una permanenza al Quirinale figlia non certo di una sete di potere da parte del Presidente ma per certi versi obbligata dalle circostanze politiche createsi dopo le elezioni politiche di febbraio: nessun vincitore, tre minoranze in pratica con la stessa forza elettorale ed incapaci a dare vita - da sole o in alleanza - ad una solida maggioranza di governo. Da qui la 'preghiera' rivolta da Pd, Pdl e Scelta Civica - dopo i falliti tentativi di formare un governo da parte del presidente del Consiglio incaricato, il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, con il Movimento 5 Stelle - al Capo dello Stato uscente di candidarsi nuovamente ed una volta eletto, essere di fatto il garante di un governo di larghe intese. Esecutivo - rieletto Napolitano - che nasce abbastanza facilmente sotto la guida di Enrico Letta con l'obiettivo, piu' volte ribadito dallo stesso Capo dello Stato, di portare fuori l'Italia dalla drammatica crisi economica anche grazie alle ormai per il nostro sistema-Paese indifferibili riforme istituzionali, politiche e socio-economiche. Napolitano, nell'accettare il nuovo mandato, aveva evidentemente fatto un investimento sul senso di responsabilita' delle forze politiche. Auspicio, piu' volte ribadito negli ultimi mesi, che sembra pero' frustrato dai comportamenti dei partiti, in apparenza insensibili non tanto e non solo alle sollecitazioni provenienti dal Quirinale quanto alle reali esigenze degli italiani. Per queste riforme che non partono il Presidente negli ultimi tempi, sia in pubblico che in colloqui privati, non ha nascosto la sua ''amarezza''. Non e' sua intenzione ''dare giudizi di responsabilita''' ma quello che ''e' certo - ha detto - e' che per me non sono state positive le rotture dei governi nel 2011 (da Berlusconi a Monti - ndr) e nel 2013 (da Monti a Letta, attraverso le elezioni- ndr)''.

La necessita' delle riforme e della stabilita' politica che da esse possono derivare sono stati fra i temi piu' ricorrenti negli interventi del Presidente della Repubblica nel corso dell'ultimo anno. Condizioni che non si sono realizzate, ha fatto notare Napolitano anche in colloqui informali, a causa degli ''abissi esistenti tra le forze politiche'', abissi che - chiaro il riferimento alla rottura nel Pdl ed al passaggio di Forza Italia all'opposizione - ''non hanno reso possibile portare a buon fine l'esperienza delle larghe intese. Che invece altrove, come in Germania, si realizzano tranquillamente''.

Il 2013 ha visto un Napolitano consapevole del gravoso compito assunto ma anche probabilmente contrariato per la mancanza di sponda ai suoi appelli da parte delle forze politiche. In occasione dello scambio di auguri con le alte cariche dello Stato, lo scorso 16 dicembre, il Presidente della Repubblica aveva ribadito la necessita' delle riforme istituzionali e della legge elettorale, altrimenti - sottolineava - si corre il rischio di tensioni e scosse sociali. Aggiungendo che avrebbe valutato se il suo incarico fosse o meno sostenibile. Come dire dimissioni. Di fronte alle perplessita' suscitate da queste sue parole Napolitano ha poi informalmente spiegato di ''avere solo ribadito le stesse cose dette in occasione del discorso di insediamento, il 22 aprile. Ho ricordato solo - ha detto in un virtuale colloquio con i partiti - che siete stati voi che avete preso impegni con me e non io con altri. Ed io avevo detto anche quale era la posta implicita'' alla permanenza al Colle e cioe' ''le riforme''. Certo che se le riforme ''non le fanno lasciano un buco tremendo. E poi io mi domando - ha continuato nel suo ragionamento - chi avra' il coraggio dopo le elezioni di dire di nuovo 'ora facciamo le riforme'? Per comune senso del pudore, se ora si fallisce, chi potra' dire di nuovo 'facciamo le riforme'?''. Ma Napolitano non sembra nutrire particolare fiducia nella buona volonta' dei partiti, che non lesinano ''amletismo nelle soluzioni'' e ''impuntature''. Insomma, ha detto, ''le riforme sono indispensabili per governare meglio''. Sono, ha lasciato intendere, un obbligo a cui debbono sottoporsi le forze politiche in mancanza del quale, e' il messaggio che emerge dalle parole pronunciate da Napolitano in queste ultime settimane, la strada potrebbe essere quella delle sue dimissioni. La preoccupazione, se non l'irritazione, per come le cose politiche si stanno svolgendo potrebbe essere uno dei passaggi del discorso di fine anno di domani sera. Un discorso nel quale, ha spiegato, ''cerchero' di trovare un equilibrio tra il linguaggio della verita''' - e ancora una volta il richiamo al senso di responsabilita' dei partiti - e ''il messaggio della fiducia'', necessario quest'ultimo per aiutare gli italiani a superare il momento di crisi. In ogni caso, ha detto con una battuta, ''se si semina troppa sfiducia ci pensa poi il presidente del Consiglio a riequilibrare!''.

Il messaggio di fine anno, anche per il mezzo (la televisione) e la platea a cui si rivolge (i cittadini italiani), e' l'occasione per affrontare tutti quei temi che toccano da vicino la vita delle famiglie italiane, dal lavoro - giovanile soprattutto - alla scuola, dalle misure economiche anticrisi di sostegno alla vita di tutti giorni al welfare al disagio sociale. Le sedi per parlare di riforma della politica, del ridisegno delle istituzioni sono altre ma e' fuori dubbio che questo siano temi che, analogamente a quelli appena citati, preoccupino il Capo dello Stato.

L'esigenza di una nuova legge elettorale, in particolare, e' avvertita profondamente da Napolitano che piu' volte, nelle sue uscite ufficiali, non ha mancato di sollecitare i partiti ad intervenire. Ma e' nei colloqui informali che Napolitano si e' lasciato andare maggiormente. ''Anche con la scorsa maggioranza, quella di Berlusconi, la legge non si e' fatta'', ha detto chiedendo di ''non essere troppo dominati da calcoli di convenienza. Calcoli che spesso sono arbitrari'', con ''ognuno che ha il suo modellino che gli va meglio''. Quello a cui devono tendere le nuove regole, ha sostenuto Napolitano, ''la loro missione e' la stabilita' del governo. Che poi e' quello che voleva il costituente''. Comunque la violenta contrarieta' di Forza Italia ad una eventuale legge elettorale approvata a maggioranza per Napolitano non ha ragione di esistere. Nel 2005, ha ricordato con veemenza il Capo dello Stato di fatto invitando gli azzurri di Silvio Berlusconi a non dimenticare quanto accadde in quella occasione, il Porcellum ''si impose a stretta maggioranza'', composta da Fi, An e altri, con l'opposizione che non partecipo' al voto. Nell'anno che sta per chiudersi lo sviluppo dell'azione del Capo dello Stato si e' svolta naturalmente intorno alla sua rielezione - e alle conseguenze politiche che ne sono derivate - ma non sono mancati interventi in altri campi. Il 31 gennaio interviene sulla vicenda di Mps, chiedendo di rispettare l'autonomia dei magistrati e il rigore con cui Bankitalia ha vigilato. Rilievo viene dato il 4 febbraio alla sua partecipazione al concerto in Vaticano, dove il suo abbraccio con papa Ratzinger viene letto come come un saluto di fine mandato. Dope le elezioni interviene a difesa di Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, definiti dal candidato della Spd alle elezioni tedesche, Peer Steinbruck, ''due clown''.

L'11 febbraio c'e' la manifestazione del Pdl davanti il tribunale di Milano per protestare contro le visite fiscali inviate a Silvio Berlusconi nell'ambito del processo Ruby.

Napolitano esprime ''rammarico per il riaccendersi delle tensioni tra politica e giustizia'' e ''per quello che e' accaduto''. Il 30 marzo il Capo dello Stato uscente affida a due gruppi ristretti di professori e personalita' di rilievo il compito di formulare proposte programmatiche su temi istituzionali ed economico-sociali. Arrivano il 12 aprile le proposte del gruppo di lavoro e Napolitano annuncia che tocchera' al suo successore trarne le conclusioni.

Il 20 aprile Napolitano viene rieletto con 738 voti ed il 24 aprile incarica Enrico Letta. In occasione della Festa del 2 giugno, il Capo dello Stato chiarisce che il governo Letta e' a termine e i 18 mesi per fare le riforme (previsti dal premier) sono un tempo appropriato. Il 18 luglio, durante la cerimonia del Ventaglio - di fronte alle spinte per un ritorno alle urne - avverte dei contraccolpi inaccettabili che deriverebbero dalla caduta del governo e chiede di non staccare spine. Dopo la condanna definitiva di Silvio Berlusconi il primo agosto per frode fiscale Napolitano chiede al Cavaliere di prendere atto della sentenza e che valutera' una domanda di grazia se dovesse arrivare. Per Napolitano sarebbe fatale una crisi.

Il 30 agosto nomina senatori a vita Claudio Abbado, Renzo Piano, Carlo Rubbia ed Elena Cattaneo e l'11 settembre nomina Giuliano Amato giudice della Corte costituzionale.

L'8 ottobre invia alle Camere un messaggio sulla situazione umiliante delle carceri in Italia. Il 28 novembre riceve al Quirinale una delegazione della neonata Forza Italia, che e' all'opposizione, e sollecita un nuovo passaggio parlamentare, una nuova fiducia per il governo Letta.

Il 27 dicembre invia una lettera ai presidente di Senato e al presidente del Consiglio per chiedere, dopo il pasticcio del dl Salva Roma, maggiore rigore nell'uso dei decreti e nell'introduzione di emndamenti.

fdv/

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