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pubblicato il 11/nov/2012 12:17

Monti: Non sono solo, ho consenso superiore partiti maggioranza

Il premier: Sì, sono pedagogico. Ma non farò più battute

Monti: Non sono solo, ho consenso superiore partiti maggioranza

Roma, 11 nov. (askanews) - Mario Monti si sente solo? "Non credo che si possa considerare solo uno che - per quello che possono valere i sondaggi - sembra avere un consenso superiore a quello di cui godono i partiti che lo sostengono in Parlamento. E quando incontro persone per la strada, mi sento dire quasi sempre: 'Vada avanti!'. Qualcuno, ma è raro, è più esplicito sui sacrifici: 'Vada avanti, ma ci tassate troppo!'. Altri hanno un tocco di comprensione sulla difficoltà del compito". E' quanto afferma il premier Mario Monti nel corso di un'intervista-prefazione al suo libro, 'Le parole e i fatti'. "Non mi sento solo, e non unicamente perché ho ministri molto leali e bravissimi, così come i collaboratori. Che intende dire? Che le sembro preoccupato?", chiede Monti. Solo da un punto di vista istituzionale, i partiti che dovrebbero sostenerla lo fanno con ambiguità, gli fanno notare: "Un altro modo di vederla è che non è chiaro perché dovrebbero sostenerci. Ma perché mai dovrebbero sostenere questo governo? Il nostro lavoro produce per loro costi politici rilevanti di breve periodo. Che alla fine la responsabilità di certe decisioni sia nostra, mi pare ovvio. Ma in passato chi sedeva in queste stanze a Palazzo Chigi aveva dietro di sé una forza politica, grande o piccola che fosse, alleata o meno con altre. Coloro che sono stati presidenti del Consiglio prima di me non dovevano guadagnarsi tutti i giorni il consenso. Io invece non ho un retroterra politico mio, eppure devo prendere decisioni che hanno una probabilità di trovare consenso più bassa rispetto a tante decisioni che prendevano coloro che pure erano più corazzati di me in termini di retroterra politico. Però perché le sembro solo?". "La crisi - prosegue Monti - non è dovuta agli eccessi del mercato, ma a un mercato dove la presenza della regolazione e della vigilanza è stata insufficiente". "Secondo me è la formula giusta alla quale mira l'Europa, spesso senza riuscire a realizzarla. Il Trattato di Lisbona parla di 'un'economia sociale di mercato altamente competitiva': nessuna di queste parole può venir meno". La accusano anche di essere troppo pedagogico, come se lei ritenesse che si tratti di istruire gli italiani e non di governare: "La pedagogia - replica il presidente del Consiglio - è naturale in un professore, è l'unica arma che ho. E ho un obbligo di spiegare maggiore di altri. In questo contano le ragioni soggettive: nessuno mi ha scelto, ma devo dire agli italiani che se sono qui è per far fare loro cose che non volevano fare e che tutti quelli che sono venuti prima hanno sostenuto si potessero evitare. In più sono questioni complicate, quindi cerco di spiegarle. Fa parte della mia natura, malgrado qualche recente erosione, di parlare in modo calmo di cose brutte e magari anche drammatiche. Uno degli aspetti che mi sono imposto di cambiare - in parte riuscendoci - è che io ero abituato a parlare davanti a un pubblico più limitato e spesso anglosassone, dove la battuta e l'ironia sono elementi essenziali. Ma è molto rischioso: perché è vero che il posto fisso è monotono, però sicuramente dirlo in quel modo è stato per me un bell'infortunio. Quindi adesso cerco di non fare più battute, che pure all'inizio mi avevano aiutato a comunicare". In un articolo, 'Una guerra di liberazione' del 2 gennaio 1999, scritto all'avvio dell'euro, lei disse che noi italiani correvamo il rischio di diventare il Mezzogiorno d'Europa. Lei definì quella sfida la prossima guerra di liberazione: l'abbiamo persa? "In parte sì, abbiamo perso quella guerra di liberazione. Quando, con le decisioni europee del maggio 1997, fu conseguito l'obiettivo dell'entrata nell'euro, è venuta meno la tensione unificante e la maggioranza di Prodi si è dissolta. Là dove c'era un obiettivo visibile, un criterio numerico, una sanzione, ci sono state focalizzazione e unità d'intenti. Ma conseguito quell'obiettivo, ci siamo scordati dell'esigenza di essere competitivi in una moneta unica". E ancora: "Abbiamo perso la guerra con noi stessi. Abbiamo avuto un'erosione di competitività non tanto e non solo per la dinamica del costo del lavoro, ma per l'andamento insufficiente della produttività totale dei fattori", sottolinea.

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