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pubblicato il 06/dic/2013 17:36

Legge elettorale: proporzionale o maggioritario? Questo e' il problema

di Angelo Mina.

(ASCA) - Roma, 6 dic - La sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum, la cui conseguenza e' (almeno per ora) la rinascita di un sistema proporzionale puro con soglie di sbarramento minime, ha avuto un'altra conseguenza: quella di risvegliare appetiti e interessi di chi si sentiva politicamente discriminato e punito da sistemi maggioritari che li tengono fuori o ai margini del Parlamento. Non e' un caso che subito dopo l'annuncio della sentenza della Corte le grida piu' alte si siano levate proprio da queste parti. Altre grida (quelle di M5S e Forza Italia) si sono aggiunte ma sono di natura diversa. Ambedue sostengono l'illegittimita' del Parlamento, del Governo, del Presidente della Repubblica e quant'altro nato col Porcellum. Tesi giuridicamente infondate, escluse dalla stessa Corte. Ma questo e' solo l'aspetto per cosi' dire emotivo, che pero' non nasconde il fatto che ora il mondo politico (e il Paese) e' di fronte ad un bivio: una strada porta al proporzionale e l'altra ad una nuova legge elettorale maggioritaria. La via proporzionale puo' essere aperta anche dalla semplice inerzia dovuta ai veti e alle liti che possono intrecciarsi tra le forze politiche. L'altra strada -certo piu' faticosa- e' quella di un accordo per un sistema elettorale maggioritario, o dall'effetto maggioritario. Mentre vanno respinte le grida interessate, si deve riconoscere che si e' in presenza di due opzioni ambedue democratiche. Non si puo' cioe' accettare l'idea di un proporzionale come incarnazione del male e di un maggioritario depositario del bene. Le leggi elettorali sono strumenti e in quanto tali vanno giudicate. Il proporzionale, in via teorica e di principio e' un sistema democraticissimo che permette la rappresentazione di tutte (o quasi) le istanze politiche. Sistema che e' stato in uso da noi per 50 anni e che specie per i primi dieci ha evitato che la divisione (bipolare di fatto) del Paese diventasse guerra civile. Il maggioritario in tutte le sue varianti e' altrettanto democratico: altrimenti dovremmo ascrivere alle dittature paesi come Francia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia ma anche Spagna e Germania. E' evidente che questa strada sarebbe quella dei paradossi.

Trattandosi di strumenti bisognera' allora prendere in considerazione il loro uso e i loro effetti. Una prima grande differenza e' che col proporzionale i governi si devono formare con alleanze e trattative che avvengono dopo il voto, con il maggioritario si punta ad avere lo stesso risultato con il voto stesso degli elettori.

C'e' quindi una scelta: o avere un Parlamento con ''tutti dentro'' e un governo individuato con una delega degli elettori ai partiti oppure sollecitare una convergenza dei cittadini su un voto di definizione della maggioranza politica e di indirizzo per la formazione del governo. Uscendo dalle contrapposizioni emotive si deve prendere atto che a confrontarsi sono due concezioni diverse di democrazia, o se si vuole di esercizio della democrazia. Nel primo caso siamo nella struttura parlamentare classica, nel secondo in quella che politologi e costituzionalisti definiscono neoparlamentare. Il primo caso e' rappresentato dalla nostra storia politica e istituzionale, come si e' affermata dal dopoguerra fino alla legge Mattarella, che era un maggioritario misto.

In questa fase le decisioni erano prese in Parlamento (anche se spesso i partiti decidevano fuori) con un governo chiamato sostanzialmente a ratificarle. Piu' che una perversita' politica, a minare questo equilibrio e' stato il cambiamento delle societa', dell'economia, in altre parole del mondo che si e' trovato a vivere con una velocita' prima sconosciuta. Ecco quindi nascere il bisogno di un equilibrio diverso tra Governo e Parlamento che permettesse di affrontare i problemi con maggiore tempestivita'. Fatto che si e' accelerato ulteriormente con i processi politici di integrazione e con la generale globalizzazione. Di qui la necessita' di una democrazia nuova che non abolisca o esautori i parlamenti ma che ridefinisca il loro ruolo e i rapporti con i governi in una schema di ''democrazia decidente''. In questo caso sarebbero potenziati i poteri del governo ma in parallelo anche quelli del Parlamento in funzione di controllo e di indirizzo generale.

Non sono temi nuovi. Costituzionalisti e politologi ne discutono da anni. Ma ora il tema, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale e' posto in termini di scelta ultimativa (e responsabile, si spera) a tutte le forze politiche. Quale strumento, quale strada seguire? Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e' stato esplicito nella sua indicazione: ''E' imperativo il ribadire il superamento, gia' sancito nel 1993 (col referendum, n.d.r.) del sistema proporzionale''. Presa di posizione altrettanto chiara ma piu' articolata quella del governo con il ministro Dario Franceschini: ''Io penso che dopo aver discusso con le forze politiche che sostengono l'esecutivo, il governo potrebbe annunciare sulla voce riforme istituzionali una propria iniziativa su due capitoli decisivi e su quelli concentrare l'attivita' dei primi mesi del 2014 (...) Due disegni di legge. Uno costituzionale per fare diventare il nostro un sistema monocamerale con annessa riduzione del numero dei parlamentari per lasciarsi definitivamente alle spalle le lentezze e i limiti divenuti ormai insopportabili del bicameralismo perfetto. Il secondo ordinario, per introdurre un nuovo meccanismo elettorale per la Camera che resta l'unica elettiva''. Per quanto riguarda il tipo di legge elettorale a cui pensa il governo, Franceschini, nell'intervista al 'Messaggero', ha detto: ''Faccio una proposta molto precisa.

E' tempo che ognuno metta da parte il proprio vessillo. Ci sono tre poli, ognuno dei quali non raggiunge il 30 per cento. In questa situazione il proporzionale o il Mattarellum non funzionano, ti condannano alle larghe intese forever.

L'unico meccanismo che porta governabilita' e' il doppio turno. Di collegio o di coalizione e' da definire. Alfano non ha aperto al doppio turno di collegio, ma con il ragionamento penso che converra' che una forza che ha il 10 per cento con il doppio turno diventa determinante''. min

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