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pubblicato il 11/mar/2014 16:23

Legge elettorale: piu' che quote rosa ''intentona'' contro Renzi

Legge elettorale: piu' che quote rosa ''intentona'' contro Renzi

(ASCA) - Roma, 11 mar 2014 - Si scrive ''quote rosa' ma si legge ''guerriglia a Matteo Renzi': cosi' si puo' definire la vicenda della riforma elettorale alla Camera dove la questione della parita' di genere ha sicuramente rappresentato un punto di forte tensione con aspetti politici che sono andati ben oltre il problema delle ''quote''. Piu' che guerriglia forse si e' trattato di una ''intentona'', termine col quale anni fa in Sudamerica si definivano i tentativi di golpe che andavano a vuoto o che rientravano. La posta in gioco sempre la stessa: imbrigliare Renzi e la sua onda innovativa (e rottamatrice). Fin dall'inizio, prima cioe' che si arrivasse a votare in Aula alla Camera, le critiche e le resistenze hanno riguardato lo strumento elettorale che in molti hanno assimilato ad una pistola carica che veniva consegnata (per molti con evidente preoccupazione) nelle mani del neopremier. Pistola che poteva essere usata a sua discrezione nel caso di un Parlamento che volesse opporsi alle tre riforme a livello politico-istituzionale annunciate come essenziali e necessarie per la modernizzazione del Paese: la nuova legge elettorale, la fine del bicameralismo perfetto con la trasformazione del Senato in camera delle autonomie, riscrittura dei rapporti Stato-Regioni, ovvero del Titolo V della Costituzione. Un pacchetto che come e' stato giustamente detto e' in grado di portare alla terza Repubblica con un riequilibrio dei rapporti politici ed istituzionali con un rafforzamento del ruolo del Governo rispetto ad un Parlamento chiamato a svolgere funzioni legislative di indirizzo e di controllo. Insomma una strada che -anche se non dichiarata esplicitamente- dovrebbe portare al traguardo di un governo del primo ministro, secondo un modello Westminster, tipico delle democrazie neoparlamentari. E' questo il vero punto di tensione che si e' prodotto, dapprima nel Pd e poi nel resto del quadro politico. Volendo semplificare si tratta del piu' classico confronto tra innovazione e conservazione, con tanto di carico di interessi (e di conseguenze anche pratiche) sui due schieramenti. E' quindi del tutto evidente che le quote rosa hanno rappresentato uno strumento, un'occasione per aumentare la pressione sul punto di tensione da trasformare in punto di rottura. Non e' un caso che analoghe tensioni si sono avute anche su altri aspetti della riforma elettorale, come quello delle preferenze. A ben vedere l'equilibrio di genere, l'alternanza uomo-donna nelle liste avrebbe aperto quasi necessariamente al recupero delle preferenze. E questo non e' un argomento neutro: con le preferenze si recupererebbe infatti la competizione interna ai partiti e alle coalizioni per arrivare alle piu' che sperimentate correnti con relativi capibastone e signori delle tessere. E' evidente che questo rappresenterebbe un ritorno al passato con la chiusura allo schema neoparlamentare e la vanificazione di un governo (del premier) se non al di sopra almeno dotato di una forza per contrastare lobby e gruppi di pressione che il politichese indica piu' dolcemente come ''interessi costituiti''. E' davvero singolare che nella vicenda, alla Camera si sia assistito ad una nuova ''carica dei 101'' tanti franchi tiratori quanti quelli che nel segreto dell'urna spararono contro Romano Prodi a Presidente della Repubblica. Sara' casuale, ma come diceva il noto ed esperto politico ''a pensar male si fa peccato pero'...''. E' in questo quadro che si spiega anche il No alle quote rosa espresso dai renziani per una ''ragion di Stato''. Qual e' la conclusione politica della vicenda della legge elettorale? Anzitutto ha tenuto l'intesa Renzi-Berlusconi per la riforma che certamente ha dei punti che sarebbe meglio cambiare, ma che realisticamente e' meglio del porcellum e in grado di esprimere una maggioranza e una governabilita'. Il punto principale e' quello delle soglie: per prima quella per fare scattare la maggioranza prevedendo un 40% al posto dell'attuale 37% attuale. Poi certo sarebbe piu' semplice prevedere una soglia minima unica per entrare in parlamento, un 5% sia per i partiti coalizzati e non come e' stato proposto da vari costituzionalisti ed esperti di sistemi elettorali. C'e' anche il nodo dell'algoritmo, ovvero della formula matematica per trasformare i voti in seggi che e' contestata come punitiva dai partiti minori a vantaggio dei piu' grandi. Ma di tutto questo si tornera' a parlare in occasione dell'esame (e del voto) da parte del Senato. min/mar/ss

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