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pubblicato il 30/dic/2013 13:25

Legge elettorale: alla ricerca dell'uscita dal labirinto

Legge elettorale: alla ricerca dell'uscita dal labirinto

di Angelo Mina. (ASCA) - Roma, 30 dic - In principio (dei guai) c'era il ''porcellum'': la legge elettorale (n.270 del 21/12/2005) voluta da Berlusconi a pochi mesi dalle elezioni politiche del 9 e 10 aprile del 2006. Elezioni temute dal Cavaliere visti tutti i sondaggi a lui sfavorevoli che, si dice, lo avrebbero convinto a fare una legge (col consenso del solo centrodestra) per attenuare la sconfitta e soprattutto per rendere precaria la vittoria dell'avversario che per governare avrebbe dovuto scendere a patti con lui. Romano Prodi, con L'Unione vinse quelle elezioni ma sul ''filo di lana'' visti i soli 24 mila voti in piu' alla Camera e la risicatissima maggioranza al Senato dove essenziale fu l'apporto di alcuni senatori a vita. Il governo ebbe vita breve e dopo due anni, nel 2008, si torno' al voto questa volta con la vittoria di Berlusconi, il quale per le sue vicende ''personali'' e giudiziarie fu costretto a passare la mano all'esecutivo di Mario Monti (16/11/2011) sostenuto da una grosse coalition all'italiana imposta dal baratro di un fallimento nazionale. Tempo un anno, nuovo scioglimento anticipato (di 4 mesi) delle Camere con il voto il 24-25 febbraio 2013. E' una data che rappresenta una svolta nella storia delle elezioni politiche italiane, ma nel suo misero piccolo anche per il ''porcellum'' che si rivelera' un giocattolo rotto. Quel voto di febbraio ha infatti segnato la fine -dopo 60 anni- di un bipolarismo di fatto, prima tra Dc e Pci (e loro piccoli alleati) e poi tra Bersconi e avversari di Berlusconi, in sostanza centrodestra contro centrosinistra. L'elettorato si e' diviso in tre parti equivalenti: Bersani 29,53%, Berlusconi 29,18% e Grillo 25,09. Dal sistema bipolare si e' passati ad uno tripolare. La conseguenza inevitabile e' stato un governo di larghe intese (sempre dettato dalla necessita' e dalla spinta ''persuasiva'' del Quirinale), poi ridottesi con l'uscita della rinata Forza Italia e la condanna giudiziaria di Berlusconi. La fine dei giorchi e' pero' stata sancita dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il ''porcellum'' per l'incostituzionalita' dei suoi due punti piu' qualificanti: il premio di maggioranza assegnato senza una soglia e le lunghe liste bloccate dei candidati che non permettevano una scelta da parte degli elettori. Morto il ''porcellum'' (nel frattempo disconosciuto anche dal suo autore, il leghista Roberto Calderoli che lo ha definito una ''porcata'') e' sorto imperativo il problema di una nuova legge elettorale, visto che dalle macerie del ''porcellum'' resta in piedi un sistema proporzionale puro con uno sbarramento al 4% alla Camera e dell'8% al Senato, ma ambedue dimezzabili a certe facili condizioni. Esultano naturalmente i partitini (i ''nanetti'' secondo la definizione del prof. Sartori) che vedono l'insperata possibilita' di rientrare o rimanere in Parlamento. Il guaio pero' e' che un sistema del genere -col quadro politico che abbiamo- non darebbe vita ad un governo con uno straccio di stabilita'. C'e' chi ha parlato di ''labirinto'' della riforma elettorale. E se prima si era solo all'ingresso, la sentenza della Corte ci ha portato nel bel mezzo di questo labirinto. Qualcosa di piu' -una sorta di filo di Arianna- forse lo si potra' avere con la pubblicazione della motivazione della sentenza della Consulta. Ad esempio, per decidere a quale modello fare riferimento sara' importante sapere se la bocciatura delle liste bloccate e' totale, riferita' cioe' a qualsiasi tipo di lista -lunga o corta- che non preveda una o piu' preferenze. Aspetti tecnici si dira', ma che presuppongono scelte ed equilibri politici. Ancora per esempio: se la bocciatura delle liste bloccate e' totale, cadrebbe l'ipotesi di ricorrere al modello spagnolo caldeggiato da Denis Verdini per conto di Berlusconi. Lo spagnolo e' un sistema proporzionale che si avvale di liste molto corte (da 4 a 6 candidati) in circoscrizioni molto piccole, al massimo di dimensione provinciale, con uno sbarramento che dal 5% proprio per le dimensioni ridotte sale all'8 ma anche al 10%. Senza contare che in questo sistema non vengono calcolati i resti, il che alza ancora la soglia di un paio di punti. Sistema macchinoso che bipolarizza ma che si avvale dell'alleanza in parlamento di forze medie regionali che qui da noi francamente non si vedono compatibili. Il no alle liste bloccate farebbe tornare con forza la valutazione sull'uso dei collegi uninominali. E' il discorso che appassiona i sostenitori del ritorno al ''mattarellum'', ovvero la legge Mattarella che era un mix di 75% maggioritario e di 25% proporzionale (allargato di fatto da un perverso meccanismo definito di scorporo dei voti del vincitore a vantaggio dei minori). Piace a Renato Brunetta e a meta' Fi per i tempi rapidi per tornare al voto. Rapidita' pero' solo supposta vista la necessita' di ridisegnare i collegi e adattarli (per legge) alle variazioni della popolazione secondo l'ultimo censimento. Tempi quindi che non permetterebbero di tornale al voto politico insieme alle europeee a maggio. Piace il ritorno al ''mattarellum'' anche ai partitini che in quella quota proporzionale vedono qualcosa di piu' di una scialuppa di salvataggio. Ma il ''mattarellum'' porta con se' anche un fattore politico di indubbio peso: quello del sistema della desistenza. E' il meccanismo che il partito maggiore deve subire per avere coalizzati con se' i partitini che possono vendere a peso d'oro il loro 3, 2 e perfino 1% che puo' diventare indispensabile per vincere. Insomma, si scrive desistenza ma si puo' leggere dipendenza ed anche ricatto. Si e' detto che il ''mattarellum'' magari modificato con un premio di maggioranza che peschi nella quota proporzionale possa piacere anche al Pd e particolarmente a Renzi. Quella del premio era una proposta del costituzionalista Augusto Barbera che di fronte allo stallo politico e governativo propose di aumentare la quota maggioritaria lasciando in vita un 10% di proporzionale come diritto di tribuna e assegnare il 15% come premio di maggioranza con il ricorso ad un secondo turno. Questa proposta non sembra essere quella del Pd e di Renzi che in verita' ha posto tre condizioni: salvaguardare il bipolarismo, ridare il potere di scelta agli elettori e indicare la sera stessa del voto il vincitore e la maggioranza di governo. Viste le condizioni di oggi il ''mattarellum'' non pare in grado di assicurare due delle tre condizioni, il bipolarismo e l'individuazione della maggioranza di governo. Non che sia impossibile, ma diverrebbe solo una categoria probabile. Basta pensare alla Gran Bretagna, paese col maggioritario totale, che diventata tripolare, ha visto il vincitore Cameron alla ricerca di una (onerosa) alleanza con i liberali. Poco da dire anche per il modello tedesco, visto che anche in Germania funziona piu' poco e dove nonostante la vittoria di Angela Merkel per la nascita del governo di grosse coalition ci sono voluti tre mesi di trattative. Pochissimo da dire anche per il modello regionale (il ''tatarellum'') che per il premio (un listino bloccato collegato al presidente eletto direttamente) sarebbe ugualmente sospetto di incostituzionalita'. A rimanere in piedi (tecnicamente ma politicamente tutto da verificare) a questo punto sono solo due sistemi, ambedue a doppio turno. C'e' il francese che si avvale di un doppio turno di collegio (se non c'e' un candidato che supera il 50% si va al ballottaggio) ma che che si caratterizza in un quadro presidenziale che da noi non esiste e che avrebbe bisogno di una profonda modifica costituzionale. Resta in ultimo un doppio turno di lista o di coalizione, che il ballottaggio tra i primi due lo svolgerebbe a livello nazionale. E' la proposta del professore Roberto D'Alimonte e dell'ex presidente della Camera Luciano Violante. Il primo turno sarebbe un proporzionale con sbarramento al 5% e a vincere il premio che porta al 55 per cento dei deputati e' la lista (o coalizione) che superi una soglia del 40-45%. Se questo non avviene si procederebbe al secondo turno con il ballottagio nazionale di lista tra i primi due piu' votati. E' un sistema tecnicamente semplice ma che per affermarsi deve sciogliere alcuni nodi politici. Due su tutti: la convinzione di Berlusconi che un sistema a doppio turno avvantaggia la sinistra (ma anche se perdesse resterebbe in campo da protagonista) e la moderazione degli ''appetiti'' dei partitini che sarebbero chiamati ad alleanze alla luce del sole. Se questa e' la via per uscire dal labirinto, c'e' pero' una condizione pregiudiziale: nessun sistema funzionerebbe e darebbe l'auspicata governabilita' se non si pone fine al bicameralismo perfetto e al rischio di maggioranze politiche diverse tra le due camere. E' proprio l'appello che il ministro Dario Franceschini ha rivolto a tutti, maggioranza e opposizioni, per cercare un soluzione equilibrata e di buon senso. min/cam/alf

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