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pubblicato il 22/apr/2015 20:37

Italicum, sinistra Pd al bivio su linea anti-Renzi

Divisi su fiducia, anche escalation Letta-Prodi non convince

Italicum, sinistra Pd al bivio su linea anti-Renzi

Roma, 22 apr. (askanews) - Prima settanta, poi centoventi e, adesso, si prova a prendere tempo per evitare una conta che ridimensionerebbe parecchio questi numeri: settanta furono le firme sotto l'appello di Area riformista a Matteo Renzi per chiedere "un paio di modifiche all'Italicum"; centoventi sono stati i deputati che, alla riunione del gruppo Pd della scorsa settimana, si sono astenuti al momento del voto sulla riforma elettorale. Anche per preservare questa immagine di un fronte largo, raccontano, Roberto Speranza ha deciso, ieri sera, di rinviare la riunione di Area riformista che era prevista per oggi. L'escalation impressa dalle sostituzioni in commissione e dal ritorno sul ring di Enrico Letta e Romano Prodi mettono a dura prova la tenuta della minoranza, tanto più che adesso la fiducia sembra scontata e le posizioni su questo sono diverse.

La componente che raccoglie, di fatto, buona parte dei giovani bersaniani, lettiani e dalemiani ha preferito rimandare il punto della situazione, in attesa di capire meglio cosa intendano fare Matteo Renzi, ma anche Pier Luigi Bersani e Gianni Cuperlo. Un modo per cercare di rimandare una scomposizione della minoranza Pd di cui si è già avuta un'anticipazione alla riunione dello scorso 21 marzo. Ma anche una scelta che qualcuno dichiara apertamente di non condividere, come Dario Ginefra: "Non è un buon segnale, c'è bisogno di confronto". Ieri sera, raccontano, diversi esponenti sono tornati a criticare la scelta di Speranza di lasciare la presidenza del gruppo e se alcuni chiedevano all'ex capogruppo di tornare sui suoi passi, cogliendo l'apertura di Renzi sul Senato, altri provavano a sostenere la candidatura di Enzo Amendola, uno dei 'dialoganti', come successore. Tutti distinguo che hanno consigliato il rinvio della riunione di oggi.

Già il documento dei settanta, racconta un esponente di Area riformista, era un tentativo di riaprire il dialogo dopo che Renzi aveva fatto sapere che sulla riforma del Senato avrebbe fatto delle aperture. Tentativo, però, subito reso vano dal rilancio dell'ala dura, a tratti ispirata dallo stesso Bersani: non basta, fu il ragionamento, non possiamo accontentarci di qualche vaga apertura di Renzi, o c'è la disponibilità ad azzerare l'articolo 2 (che prevede il Senato di secondo livello e non di eletti, ndr) o non c'è spazio per intese. I 'duri' avrebbero voluto votare contro, alla riunione del gruppo, ma buona parte di Area riformista già allora disse no e alla fine le dimissioni di Speranza offrirono a tutti la via d'uscita del non voto, che evitò la conta di astenuti e voti contrari.

Ora, però, il bivio si avvicina di nuovo. Alfredo D'Attorre, per dire un nome, già spiega che "se ci dovesse essere la fiducia io non la voterei. Non la voterei nemmeno se Renzi scrivesse la legge elettorale che dico io dal primo all'ultimo articolo. Non esiste la fiducia sulla legge elettorale...". Si parla di non votare, ovviamente, non di votare contro. Ma non è cosa da poco. Lo stesso dovrebbe fare Rosy Bindi, che sul Manifesto oggi ha definito la fiducia "una provocazione" e un "gesto costituzionalmente grave". Enrico Letta per ora non ha fatto sapere se voterà o no. Per Pippo Civati la scelta di porre la fiducia sarebbe, da parte di Renzi, è "un calcolo giusto" ma "qualcuno legittimamente non condivide. E non si adeguerà". Al contrario, "altri, pur avendo strepitato, voteranno fiducia e Italicum, magari utilizzando il voto segreto per fare il contrario di quello che dichiarano".

Tra gli "altri" ci sono appunto tanti di Area riformista: "Io la fiducia la voto - dice Davide Zoggia - e direi che la vota tutta Area riformista. Certo ribadiremo che la riteniamo un errore e che la legge si doveva cambiare. Ma non faremo mancare la fiducia al governo. Poi per il voto finale vediamo, ma se si è votata la fiducia...". Parole simili a quelle di Cesare Damiano: "Bisogna assolutamente evitare la fiducia. Ma come sempre sono interessato a una battaglia sui contenuti e a valorizzare i risultati che la minoranza produce con la sua battaglia, come sul Jobs act e sulle riforme. Non è tutto quello che abbiamo chiesto, ma non possiamo disconoscere il frutto della nostra iniziativa. Altrimenti a qualcuno verrebbe da chiedere a cosa serve l'azione della minoranza. Se malaguratamente dovesse esserci la fiducia, la voterei come sempre".

Il fatto è che l'escalation di Prodi-Letta-Bindi non convince tanti, un l'idea di far inciampare Renzi lascia perplessa buona parte di Area riformista e qualcuno sostiene che lo stesso Speranza non arriverà alla rottura: "Lui è leale con Bersani e non ha voluto lasciare solo il proprio 'padre politico' su questa battaglia. Inoltre, spera di tenere il più unita possibile la minoranza. Ma la fiducia la voterà e adesso saranno Bersani e Letta a dover decidere se strappare sulla fiducia o no...". Anche per questo, raccontano, l'ala dura chiede che si proceda rapidamente con la nomina del nuovo capogruppo: "Non si può andare in aula sulla legge elettorale guidati dall'ufficio di presidenza nominato da Speranza, che si è dimesso", dice D'Attorre.

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