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pubblicato il 17/gen/2012 20:46

Giustizia/ Severino mette d'accordo Pdl-Pd-Terzo Polo:ok comune

La Guardasigilli al debutto evita ogni tema di 15 anni di scontro

Giustizia/ Severino mette d'accordo Pdl-Pd-Terzo Polo:ok comune

Roma, 17 gen. (askanews) - Per la prima volta negli almeno ultimi 15 anni Pd, Pdl e Terzo Polo, in materia di giustizia, sono d'accordo: i partiti che sostengono il governo Monti, infatti, approvano unanimemente la relazione del Guardasigilli al Parlamento, votando insieme una risoluzione alla Camera e una mozione al Senato. Paola Severino è riuscita quindi a mettere d'accordo tutti su un tema, la politica giudiziaria, che fino a tre mesi era terreno di uno scontro al calor bianco, visto che i tre partiti esprimevano posizioni del tutto contrapposte. Ma come ha fatto Severino a raggiungere il risultato? Semplicemente togliendo dal tappeto tutti i punti di possibile attrito. Per la prima volta, la relazione del Guardasigilli non conteneva riferimento alcuno a una eventuale separazione delle carriere dei magistrati, a riforme delle norme sulle intercettazioni o sul funzionamento del processo, a interventi per allungare o accorciare i tempi della prescrizione, alle tensioni tra toghe e politici, alla terzietà del giudice o alla riforma della professione forense. E nessuno, dai banchi di deputati e senatori, si è sentito in dovere di far notare che, seppure per ragioni diverse, poteva apparire quantomeno strano, fuori dai palazzi, che non si facesse alcun riferimento a temi costati, se non altro, fiumi d'inchiostro e migliaia di ore di lavori parlamentari, spariti improvvisamente dal tavolo. Nella relazione di Severino, infatti, c'era tutt'altro: la relazione del ministro è stato un lungo excursus sulle deficenze del settore, sulle carenze del sistema e sulle difficoltà che si possono incontrare nel difficile rapporto cittadino-tribunale. Il tutto ponendo l'accento sulle ripercussioni economiche di una giustizia che non va e che "ci costa ogni anno un punto di Pil". In particolare, il Guardasigilli ha ricordato che nel 2011 lo Stato italiano ha dovuto sborsare 46 milioni di euro per procedimenti penali dovuti a errori giudiziari e 84 milioni di euro per risarcire i cittadini che hanno fatto ricorso contro l'eccessiva lentezza dei processi. Non solo: per Severino l'Italia "non può più permettersi oltre 2.000 uffici giudiziari allocati in 3.000 edifici". Occorre quindi "ridurre le spese di gestione" e "razionalizzare l'utilizzo delle risorse umane esistenti". Il fatto che costi molto, non significa che la giustizia italiana vada spedita, anzi. Secondo il Guardasigilli "desta forti preoccupazioni l'enorme mole dell'arretrato da smaltire che, al 30 giugno del 2011, è pari a quasi 9 milioni di processi (5,5 milioni per il civile e 3,4 milioni per il penale), sia i tempi medi di definizione che nel civile sono pari a 7 anni e tre mesi (2.645 giorni) e nel penale a 4 anni e nove mesi (1.753 giorni)". Con oltre 2,8 milioni di nuove cause in ingresso in primo grado, l'Italia è seconda soltanto alla Russia: "proprio questo fenomeno - ha detto - determina un ulteriore intasamento del sistema conseguente al numero progressivamente crescente di cause intraprese dai cittadini per ottenere un indennizzo conseguente della ritardata giustizia" e poco conta ("una goccia in un mare") la conferma del trend negativo dell'insorgenza di nuove cause civili. Il sistema carcerario, se possibile, va anche peggio: "sento fortissima - ha detto il ministro - la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti". Al di là dei dati numerici (sono "66.897 I detenuti che, salvo poche virtuose eccezioni, soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un paese come l'Italia"), secondo il Guardasigilli "siamo di fronte a un'emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poichè il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana". Numeri incontrovertibili, accostati però alla "possibilità, paradossalmente offerta dalla crisi economica" di dar vita a "una profonda riforma" della giustizia, che faccia dell'efficenza e della celerità il proprio cardine. Niente riferimenti, quindi, a battaglie di principio o a grandi temi 'morali', ma solo la mera constatazione del fatto che le cose, così, non funzionano. Di che gridare all'ovvietà, certo, ma anche abbastanza da far dire a tre partiti di indole diversissima "sentite le parole del ministro, le approva".

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