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pubblicato il 26/apr/2014 12:00

Giovanni XXIII "Papa buono" e scaltro regista del Concilio

L'opposizione in Curia, le accuse da destra, il codice bergamasco

Giovanni XXIII "Papa buono" e scaltro regista del Concilio

Città del Vaticano, 26 apr. (askanews) - Contrordine, il Papa buono non era buono. O meglio, era buono, ma sapeva anche arrabbiarsi, impuntarsi, usare ironia e scaltrezza. Giovanni XXIII (1881-1963), domani santo, è passato alla storia con il soprannome attribuitogli dal popolo romano, il "Papa buono" appunto, per il suo sorriso, le sue origini contadine, il tono bonario. Ma il complimento può diventare una calunnia. "Per favore non chiamate più Roncalli il 'Papa buono'", ha avuto a dire di recente Loris Capovilla, 99anni portati con lucidità, segretario personale di Angelo Roncalli creato cardinale solo da Papa Francesco. "I giornali, soprattutto quelli di destra, usavano questa parola per mortificare il suo pontificato, che invece, lo sappiamo, è stato molto importante per la Chiesa e per il mondo, per il Concilio, per la causa della pace". Il Papa nato a Sotto il monte, nel bergamasco, discreto diplomatico vaticano (è stato ambasciatore del Papa in Bulgaria, Turchia e Grecia, Francia), non un progressista, poi patriarca di Venezia, infine il Papa romano eletto anziano nel 1958, forse con la speranza che il suo fosse un incolore pontificato di transizione, rivoluzionò la Chiesa cattolica mondiale convocando, a partire dal 1962, il Concilio vaticano II. Il suo pontificato è rilevante per molti altri motivi (basti pensare alla storica enciclica Pacem in terris in un periodo nel quale la guerra fredda rischiava di diventare scontro nucleare tra Unione Sovietica e Stati Uniti), ma la grande assise che ha aggiornato la vita della Chiesa, poi terminata da Paolo VI nel 1965, rimane senz'altro la sua decisione più epocale. C'è chi sostiene che Jorge Mario Bergoglio sia così affezionato alla figura di questo suo predecessore da avere accarezzato l'idea di chiamarsi Giovanni XXIV prima di optare per Francesco. Di certo ha scelto di canonizzarlo con una procedura straordinaria, senza cioè l'accertamento di un secondo miracolo dopo quello per la beatificazione. Le "ragioni principali" di questa canonizzazione 'pro gratia' "sono due", ha spiegato Stefania Falasca, autrice del volume 'Giovanni XXIII, in una carezza la rivoluzione': "La prima è l'eccezionale vastità del culto liturgico che già ha Giovanni XXIII; l'altro motivo è che la richiesta era venuta dagli stessi Padri del Concilio Vaticano II, che auspicarono addirittura un'immediata Canonizzazione come atto del Concilio stesso". Anche per promuovere il Concilio il Papa che ne salutò l'avvio del Concilio con un celebre "discorso alla luna", poetico e profetico, dovette usare tutta la sua scaltrezza. La destra curiale tentò di boicottarlo, così settori tradizionalisti e simpatizzanti poco limpidi fuori dal Palazzo apostolico. La Civiltà cattolica, quindicinale dei gesuiti stampato con l'imprimatur della Segreteria di Stato vaticana, ha pubblicato di recente alcuni brani inediti del diario del cardinale gesuita Roberto Tucci che riporta un suo colloquio con il Segretario di Stato di Roncalli, card. Amleto Giovanni Cicognani, pochi giorni dopo la morte del Papa. Dopo aver trattato alcuni temi di attualità, tra i quali le "polemiche in ambito cattolico sulle ultime elezioni politiche (28 aprile 1963)", "nelle quali il Partito Comunista Italiano ottenne un risultato elettorale più vantaggioso, inaugurando così il periodo dei Governi di centro-sinistra", scrive l'autore dell'articolo, lo storico gesuita Giovanni Sale, si riportano le parole di Tucci: con Cicognani "si è parlato poi della reazione che comincia a manifestarsi in alcuni ambienti ecclesiastici curiali: mi ha detto che la più forte opposizione alle direttive di Giovanni XXIII è venuta proprio da alcuni dicasteri che sono anche responsabili della divisione di fronte alle recenti elezioni politiche italiane. Ha espresso il parere che il Papa avrebbe dovuto avere una mano più forte con queste opposizioni, ma ha aggiunto che Giovanni XXIII, invitato a prendere provvedimenti, rispondeva: 'Gesù non farebbe così, non è il suo spirito; non darei edificazione intervenendo; occorre avere pazienza e attendere; non si farebbe che suscitare divisioni e rancori'". Il "Papa buono" - lo ha raccontato il suo assistente di camera Guido Gusso - andò su tutte le furie quando trovò alcuni brani di conversazioni che aveva avuto su una linea telefonica riservata che lo collegava a Cicognani e al sostituto alla Segreteria di Stato pubblicate su Il Borghese, settimanale di destra la cui caporedattrice era Gianna Preda. Che Roncalli non fosse un ingenuotto lo capì perfettamente Indro Montanelli, che lo intervitò nel marzo del 1959 per il Corriere della Sera (il colloquio, erano altri tempi, fu pubblicato in terza pagina). "Il titolo di 'Parroco del mondo', ch'è stato affettuosamente coniato per Papa Roncalli, è pertinente soltanto a mezzo. Egli lo sa e ne sorride; ma non credo che ne sia del tutto persuaso", scrisse. "Io non sono molto esperto di storia dei Papi, e quindi non mi azzardo a tentare dei paralleli, che del resto sono sempre ingannatori. Ma a chi voglia cercare un modello di Giovanni Vigesimoterzo - su un piano soltanto umano, ben s'intende -, suggerisco d'andarlo a pescare nel Rinascimento, fra i Papi gran signori, come lui appassionati d'arte e di storia, e come lui, e come tutti i gran signori, dal tratto semplice e affabile, indizio di una naturale superiorità che non ha bisogno di darsi importanza, per acquistarne". Nei mesi successivi, peraltro, Montanelli scrisse, ispirato chissà da chi, alcuni articoli critici nei confronti del "modernismo" di Roncalli, che ci rimase molto male. Ma Papa Giovanni non era nuovo alle insidie. Nella monumentale produzione epistolare di Angelo Giuseppe Roncalli vi sono una quarantina di lettere scritte a don Giacomo Testa, suo collaboratore, alcune integralmente in dialetto bergamasco, altre con diverse parti nella "lingua" assai familiare ai due interlocutori. Il futuro Papa era nunzio apostolico e per coprire messaggi riservati e dribblare occhi e orecchi indiscreti avevatrovato il modo più semplice e geniale: usare il suo dialetto nativo. Nelle lettere - lo ha rivelato l'Eco di Bergamo - appaiono talvolta nomi decisamente importanti il barone von Lersners, il card. Maglione (1877-1944) ("ol tricotè") cardinale nel '35, Segretario di Stato nel '39; assieme ad altri non identificati come un ortodosso ("ol barbù"), autorità ecclesiastiche a cui dare informazioni ("chi sota ol tecc"), le suore di Sion ("i sion"). Altro che Papa sempliciotto.

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