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pubblicato il 23/feb/2013 17:02

Elezioni: vent'anni dopo, si torna al punto di partenza (nota)

(ASCA) - Roma, 23 feb - Come nel gioco dell'oca: si torna al punto di partenza. Vent'anni dopo quel 1994 che segnava la fine della Repubblica dei partiti usciti dalla lotta resistenziale, arriviamo con una legislatura strascicata come quella che si e' conclusa (rimpiangeranno in molti di non essere andati alle elezioni anticipate quando cadde il IV governo Berlusconi), al superamento del ventennio sbrigativamente definito II Repubblica, con le macerie economiche e morali che lascia. Nel 1994 Berlusconi era premier e Maroni ministro dell'Interno: mai immagine rappresenta in modo cosi' evidente l'obsolescenza della proposta politica odierna del centrodestra italiano, che ripropone esattamente i protagonisti dell'insuccesso di una stagione politica. Una situazione di pieno caos, questo l'amaro bilancio della II Repubblica. Come vent'anni, fa Tangentopoli e' protagonista della crisi di credibilita' della politica ma, rispetto ad allora, quando i governi Amato e Ciampi misero in sicurezza i conti dello Stato, permettendo di superare la tempesta valutaria, oggi a mordere e' una situazione senza precedenti dell'economia reale e dell'occupazione che si somma ed aggrava la prima. E la risposta non appare in grado di venire ne' dal sistema politico ne' dal sistema economico, con forze sociali rassegnate se non intimorite dalla crisi. La campagna elettorale avrebbe dovuto prendere atto della conclusione del lungo periodo di egemonia berlusconiana: la scomposizione del centrodestra era iniziata addirittura nel 2006 con l'espulsione dell'Udc di Casini dalla coalizione ed e' proseguita in questa legislatura con l'allontanamento di Fini dal Pdl. Vittima del proprio successo alle elezioni del 2008, Berlusconi ha dimostrato la veridicita' dell'asserzione secondo cui una cosa e' vincere le campagne elettorali, una cosa e' saper governare il Paese. Era il 2008 e pare un secolo fa: Veltroni contro Berlusconi. Si annunciava una legislatura '''costituente'' nel corso della quale il candidato premier del Pd si rivolgeva al '''principale esponente dello schieramento avversario'' per sollecitare un comune impegno per riforme costituzionali. Nemmeno la restituzione ai cittadini del potere di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, con l'abolizione dell'orrido '''Porcellum'', e' stata fatta.

Cosi' il primo Parlamento dal dopoguerra senza la presenza della sinistra politica (per l'affermazione della vocazione maggioritaria del Pd) e senza una visibile testimonianza del pensiero del movimento dei cattolici democratici, ci consegna oggi un'eredita' di forze politiche trasformiste e frammentate, in attesa dell'irrompere di nuovi protagonisti portatori della '''rabbia'' del Paese. Intorno a cosa costruire un futuro? Appare a molti che il tentativo di dar vita ad un'area riformista a partire dal Pd, e' andato deluso. Veltroni ieri, Renzi oggi (quest'ultimo in maniera piu' aderente al modo di sentire di un'opinione pubblica disabituata da vent'anni alla partecipazione politica), non hanno interpretato aree di consenso maggioritario, tanto che e' apparso necessario dar vita, attorno al nome di Monti, ad un centro dai contorni equivoci, al quale sono affluite personalita' come Gregorio Gitti, protagonista a suo tempo della stagione delle primarie nel centrosinistra. Monti come il Martinazzoli del 1994? Un tentativo generoso quello (rinnovare nel Ppi una Democrazia Cristiana giunta al capolinea) e tuttavia che non seppe darsi una prospettiva. Da tempo l'offerta politica dei due forni (centrodestra e centrosinistra) era apparsa asfittica e dunque il desiderio della gente di essere di fronte ad un fatto nuovo era meritevole di attenzione. L'irrompere di Grillo e del suo movimento corrisponde perfettamente allo stato febbrile di una societa', dopo il ventennio scorso, alla ricerca di ricette facili per problemi complessi e di una opinione pubblica con criteri e strumenti di valutazione che rendono perfetta la identificazione politica=spettacolo.

Le forze politiche tradizionali, '''in primis'' il Pd dell'onesto Bersani, non hanno colto che il dibattito e la competizione non era piu' fra loro bensi' tra il sistema ed il Movimento 5 Stelle. Se questo e' l'aspetto piu' cospicuo di questa campagna elettorale, non vanno sottovalutati segnali di altra natura, per nulla rassicuranti: la massiccia riproposizione di temi e tesi della destra italiana. Fiamma Tricolore, Casa Pound, Destra Sociale, Forza Nuova si presentano a queste elezioni in cerca di legittimazione: il ruolo lasciato a movimenti di estrema destra in Grecia suona come allettamento. Ancora, queste elezioni stabiliranno se esiste uno spazio per una sinistra confusamente federata come quella di Rivoluzione Civile (qualcuno si ricorda ancora di Antonio Di Pietro che li e' candidato?). Ma autentica prova sulle sollecitazioni a cui il sistema Paese sara' sottoposto e' la Lombardia, con il suo candidato della Lega Nord, alla ricerca di realizzare finalmente il sogno di un Settentrione separato, dopo che per scelta del Pdl, gia' il Veneto ed il Piemonte sono stati affidati alla guida di esponenti leghisti. Vi e' piu' di una buona ragione per considerare queste di domenica e lunedi' elezioni tutt'altro che di routine. Consapevoli di essere verosimilmente condannati alla sconfitta, gli esponenti della coalizione berlusconiana hanno scelto cinicamente di rendere piu' arduo il raggiungimento di maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento, non modificando la legge elettorale nonostante la indicazione di organi costituzionali in questo senso. Il messaggio delle urne suonera' forte e chiaro: se quei risultati e le sfide esterne ed interne al Paese indicheranno la via di governi di coalizione fra forze avverse, il primo obiettivo dovra' essere comunque quello di riaprire i canali della partecipazione politica per i cittadini.

Dir/uda

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