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pubblicato il 06/mag/2013 14:52

Andreotti: scompare un protagonista della Repubblica

Andreotti: scompare un protagonista della Repubblica

(ASCA) - Roma, 6 mag - Per Giulio Andreotti - morto nella sua abitazione romana a all'eta' di 94 anni - sarebbe un destino amaro (e ingiusto) se dovesse passare alla storia immediata per gli stereotipi banali che lo hanno accompagnato nella pubblicistica degli ultimi anni: quella del potere che logora chi non ce l'ha, o del meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Giudizi superficiali, anche se motivati da reali battute del personaggio, ma appunto battute e non estratti di filosofia politica. Il personaggio - guardando alla sua intera vita politica - non e' mai stato banale ed effimero come invece l'aneddotica lo descrive. Anche quella di recenti film che pure volevano penetrare nella sua dimensione politica, mettendo a fuoco anche i lati oscuri. Andreotti, sicuramente un protagonista del '900 italiano (e non solo) in realta' si presenta come un personaggio shakespiriano il cui rapporto con il potere, e i poteri, che ha segnato la sua vita, ne fa un soggetto e artefice, della storia, le cui azioni - e qui e' l'aspetto shakespiriano - condizionano nel bene e nel male la vita del Paese e dei cittadini. Sta qui l'aspetto piu' vero che anche l'aneddotica popolare ha colto: Andreotti uomo del potere. Talmente collegato al potere da esserne diventato un simbolo. Spiegare dunque chi era Andreotti e' per un certo verso quasi inutile: tutti sanno chi era Andreotti, l'uomo-governo che ha attraversato la storia italiana dal dopoguerra ad oggi. Per comprenderlo basta citare pochi numeri: 7 volte presidente del Consiglio, 8 volte ministro della Difesa, 5 volte ministro degli Esteri, 3 volte ministro delle Partecipazioni statali, 2 volte ministro delle Finanze, altrettante del Bilancio e dell'Industria, una volta ministro del Tesoro e cosi' anche dell'Interno, dei Beni Culturali e delle Politiche comunitarie. Nel parlamento repubblicano Andreotti c'e' stato da sempre: dalla Costituente alla Camera dei deputati (dal 1948 al '91) e poi al Senato perche' nominato senatore a vita. Una cosa manca nello straordinario curriculum politico: Andreotti non e' mai stato segretario della Democrazia Cristiana, il partito-Stato che ha retto e determinato le sorti del Paese dalla ricostruzione postbellica fino alla soglia degli anni '90. Un fatto forse piu' significativo e rilevante della sua mancata elezione a presidente della Repubblica. Cattolico, presidente della Fuci, giornalista, collaboratore di De Gasperi, Andreotti non e' arrivato alla segreteria democristiana - per lungo tempo il cuore pulsante della politica del Paese - perche' alla mediazione al servizio di una strategia politica (caratteristica piu' di Fanfani e poi di Moro, i mitici ''cavalli di razza'' della Dc secondo la definizione di Donat-Cattin) ha sempre preferito quella del governo. E' come se alla pazienza e ai tempi lunghi della strategia abbia preferito i tempi piu' veloci e pragmatici della tattica legata alle decisioni di governo. Un governo mai concepito come isolato e autosufficiente, ma collegato alla rete del quadro internazionale, a partire dal rapporto con gli Usa che, pure, hanno piu' volte storto il naso nei suoi confronti. Va ricordato, per capire Andreotti, che si e' trovato ad agire negli anni della guerra fredda, gli anni del confronto Est-Ovest in cui l'Italia era una marca di confine di un impero, ma anche un terreno di battaglia con l'impero nemico, quello d'oriente. Sta qui l'origine e la passione di Andreotti per la politica estera nella quale si e' mosso con indubbia competenza e con risultati rilevanti, in particolare nei rapporti col Medio Oriente e soprattutto sulla strada della costruzione dell'Unione Europea. Sempre pero' tenendo fede al rapporto transatlantico con gli Usa. Un rapporto, quello con gli Usa, che ha registrato il suo massimo alla fine degli anni '70 con il viaggio ufficiale di Andreotti in America, dove come capo di governo ricevette un'accoglienza tronfale. Altro momento di grande intesa con gli Usa si e' avuto nel vertice Nato di Roma (anni '90) quando Andreotti si mise in evidenza come alleato di primo piano (al pari del premier britannico Major) a fianco del presidente Usa Bush (padre) di fronte alle impuntature e riserve di Francia e Germania. Altro momento di grande successo internazionale fu in occasione del vertice europeo di Roma, dove prevalse la linea piu' europeista appoggiata e ispirata da Andreotti. E' il vertice che vide sconfitta la linea euroscettica della Thatcher e che segno' l'inizio del declino della 'Lady di ferro'. A tutto questo si e' accompagnata una costante attenzione politica di Andreotti alla costruzione, passo dopo passo, dell'Unione europea, che ne ha fatto uno dei principali protagonisti fino all'approdo del Trattato di Maastricht. Se la politica estera e la scena internazionale costituiscono il tratto prevalente (e migliore) del politico Andreotti, il mondo da cui ha pero' ricavato imprinting e forza e' quello cattolico, o meglio, Vaticano. I rapporti di Andreotti con ''oltretevere'' risalgono agli ultimi anni del fascismo e a quelli della guerra, quando da presidente della Fuci (dopo Aldo Moro) frequento' gli ambienti vaticani, avendo rapporti diretti con mons. Montini, il futuro papa Paolo VI, ma anche con Pio XII e il suo enturage. E' nei palazzi vaticani che Andreotti conobbe Alcide De Gasperi (rifugiato durante la guerra con funzioni di bibliotecario) del quale, dopo un iniziale diffidenza, divenne uno stretto collaboratore, al punto di essere poi chiamato al governo come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Andreotti, giovanissimo, ebbe la possibilita' di conoscere e inserirsi in tutti i gangli della vita amministrativa e istituzionale del Paese. Un'esperienza che porto' poi nei numerosissimi incarichi di governo. L'Andreotti strettamente democristiano e' stato legato a dimensioni regionali, come il Lazio (suo feudo elettorale naturale) e alla Sicilia, dove la raccolta elettorale era ''mediata'' da personaggi discussi come Salvo Lima, poi ucciso dalla mafia. E' un fatto che Andreotti nei momenti in cui ha prevalso nella gestione della Dc lo ha sempre fatto costruendo o partecipando ad alleanze, a volte piu' a destra e altre a sinistra del partito. Ma qual era la ''sua'' reale collocazione? Per sua natura Andreotti e' stato un conservatore realista e per questo sapeva essere anche illuminato. Solo cosi' si possono spiegare i suoi governi, diremmo oggi, di centrodestra ma anche la partecipazione e l'appoggio a quelli di centrosinistra: dal famoso ritorno al governo coi liberali all'inizio degli anni '70, al governo formato con l'astensione del Pci pochi anni dopo. Non e' quindi contraddittorio che Andreotti (scelto da Moro come rassicurazione verso gli Usa) abbia guidato il governo dell'incontro col Pci. A ben vedere, e' questo aspetto ''correttivo'' e di ''garante'' che spiega anche il ''lato oscuro'' che lo ha portato a gestire vicende che personalmente avrebbe verosimilmente evitato. Stesso discorso puo' essere fatto per le altre pagine buie, come quella di Sindona e dell'attacco a Bankitalia e personalmente al governatore Paolo Baffi, attuato materialmente da personaggi dell'universo politico andreottiano. Un percorso, dunque, di gestione di politiche di destra nel tentativo, sembra di capire, di evitare il male peggiore, che piu' volte da De Lorenzo a Borghese, alla Rosa dei Venti e alla P2, ma anche al caso Moro, poteva incarnarsi in tentazioni autoritarie. Una tendenza costante quella dei rapporti con gli Usa, interrotta con la vicenda di Sigonella con i Carabinieri che spianavano le armi contro i militari americani, e prima ancora con il governo di apertura al Pci, ma anche per i buoni rapporti orgogliosamente ostentati col mondo arabo e in particolare con i palestinesi e l'Olp. min

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