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Sabato 10 novembre 2018 - 15:24

Pd, la non corrente di Renzi accetta sfida congresso: ancora decisivi

Verso appoggio a Minniti, altre scelte rinviate a dopo Europee
Pd, la non corrente di Renzi accetta sfida congresso: ancora decisivi

Salsomaggiore (Pr), 10 nov. (askanews) – Non lo nomina Matteo Renzi, non lo nomina Lorenzo Guerini, ma alla fine l’esito della due giorni dei renziani a Salsomaggiore si traduce nel prepararsi a dare il sostegno alla candidatura di Marco Minniti al congresso Pd. Candidatura che dovrebbe essere ufficializzata – è la convinzione dei renziani – nella prossima settimana. A tirare le somme è l’intervento dell’ex vice segretario Dem, al termine di un dibattito che ha visto toni molto duri contro il partito e contro molti suoi dirigenti.

Ma Guerini indossa ancora una volta i panni del pompiere, e dal palco dice: “Io nel Pd mi sento a casa, è casa mia. Anzi, io penso che senza di noi il Pd è una casa che non può esistere”. Dunque anche se “va bene Matteo, non siamo una corrente… non siamo un’area… però siamo partiti da percorsi diversi ed esprimiamo una sensibilità e vorrei che quest’area in questo congresso non fosse sterilizzata. Vorrei che potesse portare la propria voce in questa battaglia congressuale, per il Pd e dentro il Pd”. Una linea che Renzi benedice a modo suo: “Scegliamo insieme come stare nel congresso Pd, ma il mondo non inizia nè finisce con il congresso del Pd. Tutto ciò che aiuta il riformismo a me fa piacere, ma il mio obiettivo non è sconfiggere Zingaretti, è sconfiggere la barbarie M5s-Lega”. Sapendo che sarà “una maratona difficile”, perchè “la legislatura non sarà breve e questo Parlamento non rinuncerà ad eleggere il prossimo presidente della Repubblica”. Anche perchè “Salvini ha paura di perdere il potere facendo saltare il banco”, mentre i Cinque Stelle, con il limite dei due mandati, “sanno che l’80% di loro dovrebbe trovarsi un lavoro” in caso di nuove elezioni.

Sulla discussione interna al partito, Renzi sceglie un atteggiamento di distacco: spiega che non farà mai “il capo di una corrente o di un’area”, che le sue ambizioni sono “più grandi che condizionare il futuro segretario del Pd”, che quel che conta è la “battaglia culturale” nel Paese. Ma sa anche che ai suoi deve offrire una prospettiva nel partito. E allora la sintesi è quella enunciata da Guerini. Che frena toni arrivati, nel corso del dibattito, a livelli di guardia. Come nell’intervento di Luigi Marattin: “Non credo che il Pd sia più una comunità politica. Non riesco ad appassionarmi al congresso. I rapporti tra i dirigenti sono troppo usurati. C’è un vuoto di offerta politica. Leadership, contenuti, organizzazione si dice servano per un’offerta politica. Ma un’organizzazione forse no”. E l’invito finale è stato: “A un certo punto abbiamo iniziato ad avere paura. Torniamo a non aver paura”.

I renziani faranno dunque la loro battaglia “dentro il Pd”, nella convinzione – espressa da Ettore Rosato – di poter essere “decisivi” sia tra gli iscritti che alle primarie. E questo a prescindere dalla candidatura di Maurizio Martina: “Sono quelli di Zingaretti ad essere preoccupati di una discesa in campo di Martina”, dicono i renziani, che si sentono tranquilli anche nel caso in cui calibri come Graziano Delrio possano scegliere di appoggiare l’ex reggente: “Non è organizzato sul territorio, non sposta granchè. Al contrario, qui a Salsomaggiore c’erano tanti dei quadri del partito che contano, che hanno il sostegno dei territori…”, osserva un dirigente.

Insomma, “il Pd è casa nostra”, è il messaggio che si vuole far passare, e in quella casa si farà la nostra battaglia. Decisioni diverse per ora vengono accantonate. Ma a poter rimettere in discussione la permanenza nel Pd, spiega uno dei più vicini a Renzi, “non sarà tanto un’eventuale vittoria di Zingaretti, ma il risultato delle Europee”.

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