Header Top
Logo
Venerdì 17 Novembre 2017

Logo
Corpo Pagina
Breadcrumbs
colonna Sinistra
Mercoledì 25 gennaio 2017 - 16:32

Cyber security, tutti i piani di Gentiloni

Un Dcpm di riforma per rafforzare ruolo di Dis e Cisr
20170125_163147_25E0D7B6

Roma, 25 gen. (askanews) – Poteri di coordinamento affidati al Dis (il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e un ruolo strategico svolto dal Cisr (il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica). In attesa di conoscerne i dettagli, sono queste le basi sulle quali si dovrebbe articolare l’aggiornamento dell’architettura istituzionale per contrastare la minaccia cyber che dovrebbe essere varato nelle prossime settimane dal governo. Ieri pomeriggio, in audizione davanti al Copasir (il comitato parlamentare di vigilanza sull’intelligence), il primo ministro Paolo Gentiloni ha illustrato gli aspetti salienti di quello che si prevede essere un prossimo Dpcm (decreto del presidente del consiglio dei ministri) dedicato alla sicurezza cibernetica. Non è ancora chiaro se la misura correggerà e integrerà alcuni aspetti del decreto Monti del gennaio 2013 o se sarà un testo indipendente.

La riforma proposta dall’inquilino di Palazzo Chigi, già partita con l’esecutivo Renzi, sarebbe dunque in procinto di terminare positivamente il suo percorso. Nel tempo di un mese, entro febbraio dunque, potrebbe essere approvato un decreto che incardinerebbe presso il Dis (che in base alla legge del 2007 coordina le due agenzie di intelligence Aisi e Aise) il coordinamento della cyber difesa italiana nell’ambito del Cisr – che nella mattinata di ieri era stato presieduto dallo stesso Gentiloni – al quale partecipano i ministeri degli Affari esteri, Economia, Difesa, Giustizia, Interno e Sviluppo economico. Il segretario della riunione è il direttore generale del Dis.

Il tema, urgente da affrontare e di carattere strategico – rimarcano gli addetti ai lavori -, si collega anche allo sfruttamento di 135 dei 150 milioni di euro destinati nella Legge di Stabilità 2016 alla sicurezza cibernetica (15 sono andati al Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni). Si tratta di fondi – è emerso dopo un’interrogazione fatta a ottobre scorso in I Commissione della Camera dai deputati di Forza Italia Antonio Palmieri e Francesco Paolo Sisto -, “di diretta pertinenza degli Organismi di informazione e sicurezza”, che, si rispose allora, “verranno destinati in parte ad attività di tipo convenzionale per il potenziamento degli interventi rivolti alla prevenzione e al contrasto delle minacce alla sicurezza informatica nazionale”, mentre “la parte prioritaria, invece, verrà destinata ad attività di carattere informatico per la protezione dello spazio cibernetico del Paese”. Anche se non mancano le critiche di chi considera insufficienti le risorse attuali, come il deputato del M5S Angelo Tofalo, per il quale andrebbe investita per la cyber security nazionale una cifra di circa “2 miliardi di euro”.

Del medesimo avviso è Stefano Mele, avvocato specializzato in Diritto delle Tecnologie, Privacy, Sicurezza delle Informazioni e Intelligence, che a Cyber Affairs sottolinea come “già allo stato attuale “il Dis è uno dei due attori principali – insieme al Ministero della Difesa – che ha in mano de facto la gestione della sicurezza cibernetica sul piano nazionale e in questi anni ha dimostrato di svolgere questo lavoro in maniera eccellente, soprattutto considerati i ristretti mezzi economici a disposizione. Anche una semplice lettura delle ‘Relazioni sulla politica dell’Informazione per la Sicurezza’, che annualmente a febbraio vengono presentate al Parlamento, non possono che confermare quanto seriamente il nostro Comparto Intelligence abbia da tempo preso in considerazione questa minaccia. Ciò che davvero sembra mancare al momento, allora, è un serio investimento economico da parte del governo italiano a supporto di questa struttura e del sistema che si verrà presto a creare. Infatti, i 150 milioni di euro già investiti possono davvero essere considerati una piccola goccia in mezzo al mare. Veloci raffronti con altri governi nel nostro quadrante strategico evidenziano, infatti, cifre ben più rilevanti e soprattutto in costante crescita, come ad esempio il miliardo di euro in 3 anni previsto dal governo francese nella sua strategia del 2015, o i 1,9 miliardi di sterline del Regno Unito spalmati su 5 anni”.

Se il provvedimento “rafforzerà il ruolo del Cisr – ha spiegato a Cyber Affairs Adriano Soi, già prefetto e responsabile della Comunicazione istituzionale del Dis, oggi docente di Security Studies alla Scuola ‘Cesare Alfieri’ dell’Università di Firenze – si tratterà sicuramente di un fatto positivo, perché modificherà il Dpcm Monti razionalizzando le strutture organizzative già esistenti e preparando il terreno per evoluzioni future, come la creazione di una struttura vera e propria che si occupi della cyber security con poteri previsti dalla legge”.

“Se c’era qualcosa che andava meglio definita nel precedente decreto e che spero possa essere inclusa”, rimarca sempre a Cyber Affairs il professor Michele Colajanni, docente del Dipartimento di Ingegneria ‘Enzo Ferrari’ dell’Università di Modena e Reggio Emilia, “è una definizione chiara dell’ambito di contrasto ai cyber attacchi sia reattiva sia preventiva. La recente direttiva europea Nis, che andrà applicata pienamente nel 2018, punta molto su questo aspetto”.

L’esperto auspica “che la nuova struttura, nucleo o quel che sarà possa integrare attività di coordinamento con ambiti operativi diretti e indiretti, e per farlo avrà bisogno del giusto mix di tecnici, militari e uomini dell’intelligence e delle forze dell’ordine, ma anche di un supporto politico, senza dimenticare la magistratura”.

Il nome di Colajanni, assieme ad altri, è più volte stato identificato nei mesi scorsi come quello di chi avrebbe potuto guidare un organismo di questo genere. Ma per il docente “l’Italia non è un Paese per cyber zar sul modello americano. In momenti di crisi e, se qualcuno non se ne fosse accorto, siamo in una situazione critica, serve collegialità. La riforma”, conclude il docente dell’Unimore, “sarà vincente solo se riuscirà a rendere tutti i soggetti interessati parimenti coinvolti e responsabili. Per farlo potrà adottare diverse soluzioni sul piano strutturale, ma dovrà comunque avvalersi di competenze trasversali e specifiche, anche con contributi del mondo privato. La cyber security, così come la sicurezza in generale, è un affare complesso che ha bisogno di persone adatte a gestire la normale operatività e le situazioni di emergenza”.

(Fonte: Cyber Affairs)

CONDIVIDI SU:





articoli correlati
ARTICOLI CORRELATI:
Contenuti sponsorizzati
Barra destra
[an error occurred while processing this directive]
Torna su