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Domenica 15 gennaio 2017 - 10:22

Renzi: nuova classe dirigente Pd, ora al Nazareno ci si diverte

Battaglia per mia sinistra appena cominiciata: facce nuove, meno slide,più cuore. Non credo a scissione base, semmai di eletti
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Roma, 15 gen. (askanews) – “Io mi sono dimesso, in un Paese dove di solito le dimissioni si annunciano. C’era tempo solo per correre, prima. Adesso mi sono fermato: avrei preferito non farlo ma non è così male. Rifletto, leggo, sto in famiglia. Vado al ricevimento professori dei genitori dei miei figli. Ho ripreso a usare la bici. Uso gli occhi e le orecchie più che la bocca. E riorganizzo la struttura del partito”. Il segretario Matteo Renzi, in una lunga intervista a Ezio Mauro su Repubblica, conferma la determinazione a riconquistare palazzo Chigi dalla testa di un Pd a cui intende rimettere profondamente mano.

“Lanceremo – dice una nuova classe dirigente, gireremo in lungo e largo l’Italia, scriveremo il programma dei prossimi cinque anni in modo originale. Siamo ammaccati dal referendum ma siamo una comunità piena di idee e di gente che va liberata dai vincoli delle correnti. Ci sarà da divertirsi nei prossimi mesi dalle parti del Nazareno”.

“Il mancato rinnovo della classe dirigente – sottolinea- è stato un mio limite. Saviano lo ha detto con un tono discutibile, ma nel merito aveva ragione. Non si cambia il Sud poggiando solo sul notabilato. Idee nuove e amministratori vecchi? Sbagliato, non funziona. Togliere le ecoballe è importante, ci mancherebbe. Ma più ancora aprire il Pd a facce nuove. Voglio farlo» Il segretario non vede all’orizzonte una scissione da sinistra nel suo partito. “Non mi sembra l’aria. Una parte del gruppo dirigente ha votato no al referendum con Lega, Grillo e Berlusconi, ma il 91 per cento degli elettori del Pd ha votato sì. La scissione la farebbero i parlamentari, non gli iscritti.Nonostante le leggende nere, abbiamo perso a destra, non tra i compagni”.

Renzi fa mea culpa per essere stato troppo divisvo e poco includente. Ma sull’idea di sinistra da realizzare e di persone che possano rappresentarla è dalla rivendicazione delle politiche del suo governo che intende tracciare la rotta. “Se ho dato questa impressione, ho sbagliato. Ma non c’è stato giorno senza che una parte della vecchia guardia mi abbia attaccato, anche in modo sgradevole a livello personale, quasi fosse stata lesa maestà sconfiggerli al congresso. Sono stato circondato nel Pd da un vero e proprio pregiudizio, secondo cui non ero degno di rappresentare la sinistra?».

“Per me – incalza Renzi- essere di sinistra è anche innovare: essere garantisti sulla giustizia, abbassare le tasse, non andare necessariamente a rimorchio del sindacato che contesta ideologicamente i voucher e poi li usa. Lo farò. L’ho fatto. La battaglia sull’accoglienza agli immigrati in Europa l’abbiamo fatta noi. E anche quella contro l’austerità come ideologia, non come necessità. Io ricordo benissimo il primo vertice europeo a Ypres nel giugno 2014, siamo finiti 2 contro 26 nel voto. Poi la nostra linea ha camminato. Troppo poco? Può darsi. Risultati parziali? Non c’è dubbio. Ma da dove eravamo partiti?» Crede davvero che se non fossimo stati sul bordo della palude avrebbero dato la guida del governo a uno di 39 anni, senza quarti di nobiltà e senza padrini politici?».

In ogni caso, è dalla guida del Pd e non da altrove che Renzi dice voler tornare alla guida del Paese.

“Anni fa – dice Renzi- quando qualcuno mi consigliava di fare un partito nuovo, ho sempre risposto che se fosse capitato un giorno di andare a palazzo Chigi un conto sarebbe stato andarci come capo della sinistra italiana, e tutt’altro conto come un passante che ha vinto alla lotteria. Io credo che la sinistra possa vincere e convincere. Ma deve entrare nel nuovo secolo, tenere insieme le tradizioni e il futuro”. Obbiettivi che Renzi fa suoi archiviando definitivamente la possibilità di lasciare la politica per la sconitta sulla riforma costituzionale come da lui paventato.

“Il vero dubbio – racconta- è stato se continuare o lasciare.

Nei primi giorni mi tentava: un po’ per curiosità, un po’ per arroganza. Ma poi uno ritrova la voglia e riparte. Ho pensato che solo il vigliacco scappa nei momenti di difficoltà. Ho ripensato alle migliaia di lettere ricevute, al desiderio di futuro espresso da milioni di persone. La nostra battaglia è appena incominciata”.

“Io – afferma Renzi- credo nel Pd, credo nell’intuizione veltroniana del partito maggioritario, credo possa essere la spina dorsale del sistema, soprattutto in un quadro bipolare come piace a me.Il Pd che conosco io ha preso il 40,8 per cento alle Europee, miglior risultato di un partito politico in Italia dalla Dc del 1959. Sono convinto che se il 4 dicembre si fosse votato per i partiti, saremmo risultati nettamente primi. Certo, adesso c’è da fare”.

Renzi dice che la sua non sarà nè una rivincita nè una vendetta.

“Sono parole che pensano al passato. Noi guardiamo avanti, non indietro”. E si autoassegna come slogan “meno slide e più cuore” per una leadership che configura più plurale e meno autoreferenziale. Sto imparando a usare di più il noi, vorrei ci provassimo tutti. Il Pd potrebbe vantarsi di un Jobs act votato dalla sinistra, di unioni civili votate dai cattolici, della legge sul caporalato e del miliardo e otto stanziato per la povertà, degli oltre 17 miliardi di recupero dalla lotta all’evasione, dell’abbassamento delle tasse. Invece i nostri votano in Parlamento, e tacciono nel Paese, anche sulle cose più positive. Quella che lei chiama propaganda sono riforme che hanno aiutato un pezzo di Paese a vivere meglio. Non ci hanno fatto vincere? Ok, ma sono fiero di averle fatte e quei 13 milioni di voti raccolti al referendum sono un patrimonio di speranza per il futuro”.

“Il Pd – dice Renzi- deve riflettere: a cosa serve un partito oggi? Come può la sinistra rispondere alla crisi? Come dobbiamo cambiare? Io ho portato io il Pd nei socialisti europei, cosa che quelli di prima non erano riusciti a fare. Le nuove polarità sono esclusi e inclusi, innovazione e identità, paura e speranza. Gli esclusi sono la vera nuova faccia delle disuguaglianze, dobbiamo farli sentire rappresentati.

L’identità è ciò che noi siamo, senza muri e barriere, e non dobbiamo lasciarla alla destra. Quanto all’innovazione, è indispensabile per non finire ai margini, ma ne ho parlato in termini troppo entusiastici, bisogna pensare anche ai posti di lavoro che fa saltare. Insomma, c’è un gran da fare per la sinistra”.

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