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Sabato 4 giugno 2016 - 16:47

A Roma la scommessa dei 5 stelle ma la vittoria non è scontata

Prima prova nel dopo Casaleggio, con Grillo sempre meno impegnato
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Roma, 4 giu. (askanews) – “A Roma c’è un complotto per farci vincere”: tutto il significato della sfida del Movimento 5 stelle per la poltrona di sindaco di Roma sta in questa battuta sfuggita nel febbraio scorso alla senatrice Paola Taverna. Un po dileggio per le debolezze altrui, un po’ vertigine sincera per l’occasione storica, la frase ha preceduto sondaggi che da mesi vedono la candidata stellata Virginia Raggi in testa: al 30,5% secondo l’ultimo dato pubblicato giorni fa da Repubblica.

Candidati M5S con qualche chance di risultato ce ne sono in tutta Italia, a partire da Torino, dove la bocconiana Chiara Appendino spera di costringere Piero Fassino (Pd) al ballottaggio per provare a ripetere lo storico exploit di Federico Pizzarotti. Il primo sindaco importante dei 5 stelle, oggi vicinissimo all’espulsione dal Movimento, a Parma, nel 2012, ribaltò i pronostici partendo da un risicato 19,47% trasformato nel 60,22% del ballottaggio. Meno speranze di successo hanno Gianluca Corrado a Milano, Matteo Brambilla a Napoli, e l’ultrà casaleggiano Massimo Bugani a Bologna. In ogni caso, nessuna vicenda ha l’importanza simbolica e pratica delle elezioni nella capitale. Anche perché i 5 stelle hanno fatto della campagna contro il degrado dei partiti portato alla luce dall’inchiesta su Mafia capitale la loro arma fine del mondo.

Nonostante le defezioni e le espulsioni, il M5S regge da tre anni il ruolo di principale opposizione nazionale. Ha accettato un certo grado di omologazione per proporsi come forza di governo: è caduto il veto sui talk show, i suoi dirigenti inizialmente allergici ai giornalisti hanno cominciato a scegliersi tribune non scomodissime, come Porta a Porta o Vanity Fair, cui Luigi Di Maio ha raccontato la sua vita privata. Ma nelle elezioni amministrative del 5 giugno deve affrontare per la prima volta il giudizio degli elettori senza la supervisione di Gianroberto Casaleggio, il “cofondatore” recentemente scomparso, e con Beppe Grillo sempre più parco nell’impegno politico. E il nervosismo che attraversa il M5S emerge pubblicamente, come è con la presa di distanze pubblica di Roberto Fico dall’intervista di Di Maio a Vanity Fair.

Ma è la legge dei numeri a rendere bene l’incertezza della sfida romana per i 5 stelle: che avevano già incassato i consensi di più di un quarto degli elettori della capitale (27,3%) nelle politiche del 2013, alle comunali si erano fermati al 12,43% e poi erano tornati al 24,95% alle europee 2014. Cosa significano i sondaggi che oggi attribuiscono all’avvocato trentasettenne Virginia Raggi, consigliere comunale uscente, poco più di un terzo dei consensi, e al suo rivale principale, Roberto Giachetti del Pd, poco meno del 25 per cento? Certo, ad un eventuale ballottaggio, dagli elettori di centrodestra potrebbe arrivare un maggiore supporto alla candidata stellata piuttosto che a quello del Pd, sempre che sia Giachetti a spuntarla su Alfio Marchini e Giorgia Meloni. Eppure, i 5 stelle hanno certamente potuto avvantaggiarsi dell’effetto Mafia capitale, oltre che delle confuse vicende delle dimissioni del sindaco uscente imposte dal Pd attraverso il notaio. Avere dalla loro un elettore su tre significa che ce ne sono ancora tanti da convincere. E nell’ultimo faccia a faccia coi rivali su Sky Raggi è stata la più votata ma non ha “sfondato”. Non farcela a Roma potrebbe voler dire per M5S avere una montagna troppo alta da scalare alle prossime politiche.

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