Header Top
Logo
Lunedì 21 Gennaio 2019

Logo
Corpo Pagina
Breadcrumbs
  • Home
  • Politica
  • Da Cociancich a Pallaro, quando i peones diventano decisivi

colonna Sinistra
Giovedì 1 ottobre 2015 - 19:26

Da Cociancich a Pallaro, quando i peones diventano decisivi

Leggine, emendamenti, voti a sorpresa ribalte per gli sconosciuti
20151001_192557_F6261BDA

Roma, 1 ott. (askanews) – Se entri in Parlamento da peone, è molto probabile che da peone ne uscirai. Eppure spesso la vita parlamentare riserva delle sorprese e può succedere che per un giorno, una settimana, diventi decisivo per le sorti della legislatura o del governo e finisci sotto i riflettori. E’ successo oggi al renziano Roberto Cociancich, era successo a Stefano Esposito durante l’esame dell’Italicum, e ancora indietro negli anni con un’alta concentrazione di parlamentari sconosciuti ma decisivi soprattutto nella movimentata era del II governo Prodi 2006-2008.
STEFANO ESPOSITO. Senatore del Pd. Porta la sua firma l’emendamento ‘canguro’ che, ricalcando il patto del Nazareno, a gennaio fece decadere oltre 35mila emendamenti all’Italicum. Fino a quel momento famoso quasi esclusivamente per le sue battaglie pro-Tav, oggi Esposito è assessore ai Trasporti del comune di Roma.
GIUSEPPE LAURICELLA. Deputato della minoranza del Pd, palermitano, ha tenuto sulle spine il partito di Renzi con l’emendamento che collegava l’entrata in vigore della nuova legge elettorale, l’Italicum, alla definitiva abolizione del Senato.Proposta che rischiava di mandare sotto il governo perché non dispiaceva affatto a Ncd. Il compromesso che evitò la conta fu la decisione di posticipare a metà 2016 l’entrata in vigore del nuovo sistema di voto. L’avvocato siciliano riuscì comunque a mandare sotto l’esecutivo in Commissione con un emendamento a sua firma che eliminava i senatori a vita. Norma che fu poi eliminata in aula.
SERGIO BOCCADUTRI. Eletto con Sel, passato al Pd lo scorso anno è stato autore della ‘leggina’ che ha permesso ai partiti di ottenere i rimborsi elettorali nonostante la commissione di garanzia non avesse potuto effettuare i controlli sui rendiconti.Palermitano anche lui, ex tesoriere del partito di Nichi Vendola, per questa sua trovata è stato preso di mira dal Movimento 5 stelle e dal blog di Beppe Grillo che si è inventato l’hashtag #lochiamavanoboccadutri parafrasando la canzone di Fabruzio De André Bocca di Rosa.
RICCARDO VILLARI. Da senatore del Pd fu eletto presidente della Vigilanza Rai (carica che spetta all’opposizione) nel novembre 2008 (governo Berlusconi) con i voti del centrodestra facendo saltare l’accordo su Sergio Zavoli. Espulso dal partito allora guidato da Walter Veltroni, Villari rimase in carica quasi tre mesi e fu destituito solo dopo le dimissioni della quasi totalità dei membri della Vigilanza. Oggi è senatore di Forza Italia.
ANTONIO BOCCIA. Ex presidente della Regione Basilicata, da deputato della Margherita scrisse, nel 2004, l’emendamento che scardinò la finanziaria dell’allora Casa della Libertà di Berlusconi. “Gli abbiamo servito un amaro lucano”, commentò.
PIETRO FUDA. Calabrese, eletto nel 2006 con la lista Partito democratico Meridionale, a sostegno del centrosinistra di Romano Prodi, diede il nome a una norma della prima legge finanziaria del governo del Professore (il famigerato ‘comma Fuda’) che avrebbe ridotto i termini di prescrizione dei reati contabili. In realtà egli stesso spiegò all’aula che la norma approvata era estranea all’emendamento da lui elaborato inizialmente ma era il frutto di una estrapolazione cui era estraneo.
FERNANDO ROSSI E FRANCO TURIGLIATTO. Rispettivamente senatori del Pdci e del Prc, diventati un caso perché il 21 febbraio 2007, non parteciparono al voto sulla mozione del Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema sulla politica estera del governo Prodi, contribuendo a mandare sotto l’esecutivo e assottigliando la già risicata maggioranza dell’esecutivo guidato dal professore che durò solo un altro anno ancora.
LUIGI PALLARO. Senatore italo-argentino, eletto all’estero alle elezioni politiche del 2006 che portarono al governo Romano Prodi. Protagonista di ogni votazione al cardiopalma per la risicata maggioranza del Professore che attendeva, pallottoliere alla mano, il suo ritorno da Buenos Aires, alla fine contribuì alla sua caduta restando in sud America il giorno del voto decisivo per il governo di centrosinistra.
NINO STRANO. Da senatore di An si distinse nel giorno del voto che affossò il governo Prodi festeggiando tra i banchi dell’aula di Palazzo Madama con spumante e mortadella.
CUSUMANO. Anche lui protagonista per un giorno della fine del governo Prodi: allora senatore Udeur, dichiarò di voler votare sì al Professore, a differenza di quanto deciso dal leader del suo partito Clemente Mastella, guadagnandosi insulti e sputi (“Cornuto, frocio, traditore, venduto”) dai colleghi che gli provocarono uno svenimento. Fu portato via in barella.
Luc-Int4

CONDIVIDI SU:





articoli correlati
ARTICOLI CORRELATI:
Contenuti sponsorizzati
Barra destra
[an error occurred while processing this directive]
Torna su