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Lunedì 7 settembre 2015 - 20:17

Si riapre dossier riforme, Renzi apre sulle competenze del Senato

Contatti in corso con la minoranza. Boschi: popolo Pd è con noi
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Roma, 7 set. (askanews) – Matteo Renzi è pronto a discutere sulle competenze del nuovo Senato, il premier è disponibile ad ampliare i poteri della seconda Camera, a patto che “non ci sia chi pensi che si debba ricominciare da capo”. Alla vigilia della ripresa dell’iter parlamentare del ddl Boschi a palazzo Madama il premier-segretario concede un’apertura alla minoranza del Pd, ammettendo che il nuovo Senato debba tornare ad avere voce in capitolo su alcune materie che nel passaggio parlamentare alla Camera sono state sottratte ma sul tema che invece sta più a cuore alla sinistra dem e alle opposizioni tutte, ossia l’elettività del Senato fissa un paletto: “Non entro nelle tecnicalità”, ossia “le modalità di individuazione dei 100 senatori, che sono consiglieri regionali e sindaci che vengono individuati per fare anche i senatori e rappresentano i territori”, ha detto Renzi nel suo primo Porta a Porta dopo la pausa estiva, “quello che è importante è che non ci sia chi pensa che si debba tornare sempre da capo. Su questo noi non molliamo, io non mollo”.

Una fermezza che il premier ostenta anche grazie all’entusiasmo suscitato nella base dal suo intervento alla festa dell’Unità: “Gli iscritti al Pd delle diatribe tra correnti non ne possono più – ha sottolineato Maria Elena Boschi -. Ci sono questioni più importanti di un emendamento: l’Italia sta riacquistando credibilità, il senso di responsabilità prevarrà alla fine. Anche perché ieri a Milano abbiamo visto con chiarezza da che parte sta il popolo Pd”.

Da domani la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama riprenderà l’esame della riforma costituzionale. Ma almeno per questa settimana il calendario è ancora piuttosto tranquillo (nelle sedute sono previste ancora audizioni, dei rappresentanti delle Regioni), segno che probabilmente la maggioranza e il governo vogliono prendersi ancora tempo per portare avanti quelle mediazioni che sblocchino il muro contro muro con la minoranza Pd. I contatti ci sono stati, confermano diverse fonti democratiche, a partire dal colloquio tra Pier Luigi Bersani e Lorenzo Guerini a margine della festa dell’Unità a Milano, e altri incontri si stanno susseguendo in queste ore a Palazzo Madama, ma quale sarà e se ci sarà un punto di caduta ancora non è dato sapere. Potrebbe essere lo stesso Renzi a lanciare una proposta domani quando riunirà in senatori del suo partito per un’assemblea alle 20.

Il punto fermo resta quello di non toccare l’articolo 2 della riforma, per evitare di ricominciare l’iter daccapo. L’obiettivo di Renzi è arrivare in porto “entro il 15 ottobre”, perciò il premier semina ottimismo: “Una soluzione si trova”, ha assicurato elencando tutti i punti condivisi della riforma: “un Senato che non dà più la fiducia; che fa meno cose di prima; che non viene pagato, perché i senatori sono rappresentanti del territorio…”.

Renzi non cita la proposta del listino legato alle elezioni regionali, idea già bocciata dalla minoranza dem: “L’ho definito una minestra riscaldata – ha detto Miguel Gotor – perché noi già a luglio conoscevamo questa proposta, che è una proposta che non risolve la questione che stiamo segnalando”. “Se la sinistra non vuole il listino, possiamo trovare una forma aperta – ha detto Luciano Pizzetti, sottosegretario alle Riforme -: diventa senatore il consigliere che ha preso più preferenze. E magari i presidenti delle Regioni entrano di diritto. Basta che la sinistra esca dal mantra dell’articolo 2”, ha spiegato. Ma Vannino Chiti non condivide la proposta e ha avvertito: “Senza modificare l’articolo 2 della riforma non ci sarebbe un accordo ma un pasticcio e mi stupisco che senatori con infinita esperienza parlamentare possano davvero sostenerlo. Chiedere questa coerenza non è fare dell’articolo 2 un mantra, come dice il sottosegretario Pizzetti: è semplicemente mettere le norme laddove devono stare”.

Insomma le posizioni restano ancora distanti e, anche se il governo può sperare di rompere l’unità dei 28 senatori dissidenti, ha comunque bisogno di numeri più consistenti per garantirsi una maggioranza solida a Palazzo Madama. Per farlo non si esclude il soccorso di alcuni pezzi di opposizione, non solo dei verdiniani ma anche di esponenti di Fi che abbiano più a cuore la prosecuzione della legislatura che l’elettività del nuovo Senato.

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