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Venerdì 1 maggio 2015 - 13:58

Mattarella: disoccupazione è ferita lacerante, lavoro è un diritto

Nessun cittadino si senta abbandonato, nessuno getti la spugna
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Roma, 1 mag. (askanews) – “Sul lavoro si fonda la nostra Repubblica tuttavia, proprio mentre affermiamo questo principio, avvertiamo come una ferita lacerante nel corpo sociale, e nello stesso tessuto democratico, la cifra così alta di nostri concittadini che non trovano occupazione, che sono stati espulsi dal processo produttivo, che lavorano saltuariamente e nella precarietà, non riuscendo a vivere con serenità con i propri familiari”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, celebrando al Quirinale la festa del Lavoro.

“Non faremmo onore al primo maggio – ha aggiunto – se non fossimo capaci di guardare con adeguata presa di coscienza e con solidarietà questa condizione inaccettabile, che deve continuamente spingere le istituzioni, le imprese, le forze sociali e sindacati a fare di più. A innovare, a investire, a progettare affinché il lavoro sia di tutti. E’ la nostra Costituzione a dirci che non dobbiamo mai rassegnarci alla negazione di un diritto fondativi della cittadinanza”.

“Nessun cittadino italiano – ha osservato Mattarella – deve sentirsi abbandonato, nessuno deve gettare la spugna. L’Italia è un grande paese: ha storia, cultura, risorse, intelligenze. È capace di solidarietà e di relazioni positive e pure questo costituisce una ricchezza, immateriale ma preziosissima”. Nel nostro Paese, ha avvertito il capo dello Stato, “rischia di delinearsi una vera e propria società di esclusi, divisa dal resto della comunità da una barriera di diritti e di opportunità negate. Questo va impedito con tutta la forza e la dignità di cui siamo capaci”.

Quindi, il presidente della Repubblica ha parlato dei giovani: “Nessuna società sviluppata, che cerchi di tenere alta la competitività del proprio sistema economico, può permettersi di rinunciare a un’intera generazione di giovani. Senza lavoro in un contesto di emarginazione sociale, crescerebbe lo scoraggiamento e il rifiuto. Il conflitto generazionale che dobbiamo temere di più è quello che nasce dalla esclusione. Non c’è realismo politico né compatibilità economica che possa trasformare la persona in un numero, e che possa imporci di accettare l’esclusione come ineluttabile”.

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