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Giovedì 26 marzo 2015 - 19:59

Maggioranza regge su ddl al Senato. Orlando: unità su emergenza

Fi attacca su aumento pene minime: aberrazione
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Roma, 26 mar. (askanews) – Nonostante il banco di prova del voto segreto su alcuni emendamenti, la maggioranza ha retto alle prime votazioni sul ddl anti-corruzione. Concordi il relatore, del Nuovo centrodestra, Nico D’Ascola, e il governo rappresentato dal Guardasigilli Andrea Orlando. I senatori dem erano stati ‘precettati’ con un sms: “Sono possibili numerosi voti segreti. La presenza è pertanto obbligatoria senza eccezione alcuna, anche Governo”. Così, al termine di una mattinata non priva di qualche tensione, l’aula del Senato ha approvato gli articoli 1 e 2 del provvedimento di cui tornerà a discutere martedì prossimo, per chiudere con il voto finale previsto per la serata di mercoledì.

In sostanza, dopo l’approvazione di alcuni emendamenti, sono previste pene più severe per i reati legati alla corruzione, tempi di sospensione dall’attività professionale più lunghi per i condannati (da un minimo di tre mesi a un massimo di tre anni), ma anche, grazie a due emendamenti di Lega Nord e Forza Italia, accolti con il parere positivo di relatore e governo, un aumento a due terzi dello sconto di pena per i collaboratori di giustizia. Ma, ha voluto puntualizzare il Guardasigilli, “non ci siamo limitati ad aumentare le pene”: si sono colmate alcune “lacune” stigmatizzate dai report internazionali in tema di autoriciclaggio e di falso in bilancio, si è avviata una lotta “seria” a un fenomeno che è “un’emergenza nazionale” tale da richiedere “l’unità delle forze politiche” nel combatterla.Insomma, ha attaccato Orlando, “basta con la propaganda di chi anche su questo tema cerca di lucrare qualche voto”. Il messaggio è uno: “Chi corrompe o si fa corrompere tradisce il Paese”.

In aula si sono palesate tensioni in un paio di occasioni. La prima quando Forza Italia ha stigmatizzato l’aumento delle pene minime previste, la seconda per l’attacco del senatore Lucio Barani (Gal) al presidente Pietro Grasso che guidava i lavori. “È un’aberrazione – ha sbottato Giacomo Caliendo, senatore azzurro, già sottosegretario alla Giustizia dell’ultimo governo Berlusconi – mantenere pene minime così alte da costringere il giudice ad applicare la detenzione. Mi appello al presidente Napolitano che in passato e prima di me ha fatto considerazioni in questo senso”. Barani gli ha dato man forte sostenendo che “l’aumento della pena minima è del 50% e dunque per fatti minimi ancorché gravi e solo per accuse ancora non controllate facciamo arrestare anche degli innocenti”. Per concludere in crescendo: “In quest’aula il primo che ricita Calamandrei gli do quattro ceffoni, non siete degni di nominarlo”.

Qui si è inserita la polemica con Grasso, che l’ha invitato ad usare un linguaggio più adeguato. Barani ha risposto con parole, poi smentite, in una nota, dallo stesso senatore, ma riportate dal resoconto stenografico del Senato in questa forma: “Credo che anche i suoi genitori le abbiano dato ceffoni, e forse se gliene avessero dati di più l’avrebbero educata meglio”.

Infine il Movimento 5 stelle, al di là della conferma, avallata dal capogruppo Andrea Cioffi, di votare a favore o contro “punto per punto”, ha giudicato la legge un compromesso al ribasso e invitato Grasso a togliere la firma. L’appello è giunto dal vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, secondo il quale “Grasso dovrebbe togliere la sua firma da quel disegno di legge se veramente tiene a una legge anticorruzione perché quella non è una legge anticorruzione, è stata svuotata e svilita”.

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