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Mercoledì 14 gennaio 2015 - 13:12

##I 9 anni di un presidente “politico”, in mezzo a crisi economia

Stabilità, Ue e riforme al centro del doppio mandato Napolitano
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Roma, 14 gen. (askanews) – Quasi nove anni di incarico sullapoltrona più importante d’Italia, quella di Presidente dellaRepubblica. Questo è l’eccezionale dato che ha caratterizzato lapermanenza al Colle di Giorgio Napolitano. Con le sue dimissionianticipate, Napolitano ha messo fine a quell’unicum nella nostrastoria repubblicana rappresentato da un Presidente eletto per duevolte di seguito, nel 2006 e nel 2013. Una conferma al Quirinaledettata evidentemente dall’incapacità della politica diaccordarsi su un nome condiviso. Su tutto è bene ricordare -oltre la bocciatura alle prime votazioni di Franco Marini, cheraccolse voti che sarebbero stati sufficienti per essere elettodalla quarta votazione in poi, quella che richiede la maggioranzaassoluta delle Camere riunite – la mancata elezione di RomanoProdi. Il Pd all’unanimità (così sembrava) aveva deciso dicandidarlo al Colle, ma poi il fuoco amico democratico – 101contrari – affossò l’ex premier.

Napolitano – nei suoi due mandati – ha attraversato una delle piùgravi crisi economiche e finanziarie del nostro Paese e si ètrovato a lavorare con ben cinque presidenti del Consiglio:Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta eMatteo Renzi. Ha inviato un solo messaggio alle Camera (sullaquestione carceraria) e ha nominato cinque senatori a vita(Monti, Abbado, Rubbia, Cattaneo e Piano).

Il Presidente non ha affrontato però solo problemi economici.Un filo rosso che ha caratterizzato il lavoro del Capo delloStato nei due mandati è stata la continua sollecitazione alleforze politiche ad impegnarsi – come detto nel suo discorso diinsediamento bis nell’aprile 2013 – per accordi e intese cheportassero a quelle riforme tanto attese dal Paese. “E’ tassativala necessità di intese tra forze politiche” per fare finalmentele riforme altrimenti, aveva detto, “non mi resterà che trarre ledovute conseguenze”. In ogni caso, aveva spiegato più in generaleNapolitano, “mi accingo al mio secondo mandato e lo farò fino aquando la situazione del Paese e delle istituzioni me losuggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”. Ecco chequindi, come detto lo scorso 31 dicembre nel suo ultimo discorsodi fine anno, a opinione di Napolitano la strada delle riforme èstata bene imboccata e lui può ora farsi da parte, anche perché,aveva aggiunto, “ho il dovere di non sottovalutare i segnidell’affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunquedi non esitare a trarne le conseguenze. Ritengo di non poteroltre ricoprire la carica cui fui chiamato, per la prima voltanel maggio del 2006, dal Parlamento in seduta comune”.

Le condizioni che hanno mantenuto Napolitano al Quirinale sonoparticolarmente complesse, di fronte a un sistema che ha mostratouna volta di più tutti suoi limiti e le sue incapacità, la sualontananza dalla società e dalle sollecitazioni che laattraversano. Ma sicuramente non è sbagliato pensare che ilNapolitano ‘politico’ dei primi sette anni sia stato tale anchenel secondo mandato. Un bis segnato, fra l’altro, dall’esplosionedell’antipolitica, una deriva figlia anche di drammatici casi dicorruzione pubblica fermamente censurati dal Presidente. Illavoro di Napolitano si è svolto – sempre nei limiti postiglidalla Costituzione, è bene ricordarlo – con l’obiettivo garantiresolidità al quadro politico italiano (in perenne fibrillazione,dalle vicende berlusconiane alle intemperanze leghiste perarrivare ai virulenti attacchi di Beppe Grillo e del suo M5S) estabilità nei riguardi degli impegni assunti dal Paese versol’Unione europea, a partire da quelli di bilancio.

Un’attività non meramente notarile, caratterizzata dall’avermesso a disposizione del bene comune quelle competenze, quellecapacità maturate in tanti anni di vita politica di primo piano(figura eminente del Pci, deputato, presidente della Camera,ministro dell’Interno, senatore a vita) e di attivitàinternazionale di rilievo (ministro ‘ombra’ degli Esteri del Pci,membro dell’Assemblea dell’Atlantico del Nord, primo dirigentePci invitato negli Usa, parlamentare europeo, presidente dellacommissione Affari istituzionali del Parlamento europeo).

Di fronte al fallimento dei partiti – o quanto meno alla loroincapacità di adeguarsi alle nuove sollecitazioni provenientidalla società, frutto anche della drammatica crisieconomica-finanziaria – la figura del Capo dello Stato si èposta, o è stata percepita, come il vero punto di riferimento delnostro Paese. Un Napolitano ovviamente estraneo alla lottapolitica ma che non ha esitato, quando necessario, a richiamare igiocatori in campo al rispetto delle regole: interveniredirettamente, come per la nascita del governo Monti oindirettamente come con l’istituzione di due commissioni di’saggi ‘, chiamati a formulare una piattaforma di proposteistituzionali ed economiche. Una mossa, quest’ultima, resasinecessaria per uscire dallo stallo nella formazione del nuovogoverno generato dall’inconcludente esito elettorale del 2013. Leproposte, messe a punto e consegnate a Napolitano, sembravano amolti destinate a rimanere puro esercizio accademico. Ma con larielezione del Presidente sono tornate di attualità e diventatequel punto di riferimento per l’azione dei governi che si sonosucceduti, Letta prima e Renzi poi.

Non è stata certo una ‘Repubblica del Presidente’ ma quasi noveanni qualificati da una sua costante presenza su tutte lequestioni che significativamente hanno attraversato i suoimandati. D’altronde era stato lo stesso Napolitano a dare lacifra del suo ruolo: ‘Sono convinto’ che ‘quando i nostri padricostituenti hanno scritto la carta fondamentale non hannoimmaginato per il Capo dello Stato un ruolo che si risolvesse,come si dice per i re in altri paesi, nel tagliare i nastri alleinaugurazioni’ e quindi ‘ho ritenuto che il Presidente dellaRepubblica, secondo la nostra concezione istituzionale, dovesseprendersi delle responsabilità senza invadere campi che non sonosuoi’; ‘credo di dovere sempre cercare di interpretare esigenze einteressi generali del paese anche in rapporto a scelte digoverno che rispetto, perché non posso assolutamente sostituirmia chi ha la responsabilità del potere esecutivo, ma che possonorientrare in un dialogo al quale intendo dare il mio contributo’.

I governi che si sono succeduti sotto la presidenza Napolitanosono stati diversissimi tra loro, per composizione e perprovenienza politica, ma nei confronti dei quali il Capo delloStato ha sempre assunto lo stesso atteggiamento, senza faresconti quando è stato necessario e dando sostegno quando èservito, e sempre avendo bene in mente le parole pronunciate il15 maggio 2006, nel suo primo discorso di insediamento davanti leCamere: ‘Sarò il Presidente di tutti, non della sola maggioranzache mi ha eletto’. E’ con questo spirito che Napolitano haaffrontato le questioni più delicate che gli si sono via viapresentate davanti, a cominciare da quelle giudiziarie. Nellaprimavera del 2007, in qualità di Presidente del Csm richieseallo stesso organo di autogoverno della magistratura di visionareil fascicolo del pm Henry John Woodcock, titolare dell’indaginesu Vittorio Emanuele di Savoia. Successivamente invitò più voltead interrompere la ‘guerra tra procure’ in atto tra le sedi diSalerno e Catanzaro nell’ambito dell’indagine Why Not alla qualelavorava, tra gli altri, il pm della città calabrese Luigi deMagistris. E’ invece del 2012 il caso delle intercettazioni daparte della Procura di Palermo, svolte nell’ambito dell’indaginesulla presunta trattativa Stato-Mafia e che ha visto coinvolti,tra gli altri, l’ex ministro Nicola Mancino. Intercettazioni -relative a telefonate di Mancino che coinvolgevano, sia pureindirettamente, lo stesso Napolitano e il consigliere giuridicodel Colle, Loris D’Ambrosio (morto d’infarto) – che hannoprovocato il ricorso (poi vinto) alla Consulta per conflitto diattribuzione da parte del Quirinale contro la Procura siciliana.Ma la vicenda è culminata con quello che è stato forse il momentopiù difficile per Napolitano. Il 28 ottobre 2014 la Corted’Assise di Palermo ha ascoltato in trasferta a Roma al Quirinalela testimonianza del Capo dello Stato sulla vicenda. Tre ore diudienza nel corso delle quali il Presidente della Repubblica hadetto di non aver mai saputo di accordi tra apparati dello Statoe Cosa Nostra per fermare le stragi del 1992-1993.

Ma non solo di giustizia si è occupato il Capo dello Stato. Gliappelli alle forze politiche a riforme condivise sono stati unacostante dei suoi interventi. In particolare, la sua ‘moralsuasion’ verso i partiti perché abbandonassero il permanenteclima di scontro ha tra gli obiettivi principali – quasi presagodella strana governabilità prodotta dalle elezioni senzavincitori del 2013 – quello della riforma della legge elettorale.Inviti che sembrano finalmente avere avuto risposta.

C’è poi il capitolo dei rapporti con Silvio Berlusconi premier.Rapporti se vogliamo nati male perché il centrodestra nel 2006non votò Napolitano, contestando il fatto che dopo l’elezione di’uomini della sinistra’ come Marini e Bertinotti alla guida diSenato e Camera, al Quirinale andasse un ex comunista. Unadialettica tra i due particolarmente dura ma che non impedì alCapo dello Stato di firmare il Lodo Alfano (bocciato peròsuccessivamente dalla Consulta) e il legittimo impedimento. Daricordare anche lo scontro sul caso Englaro, quando Napolitanofece sapere a Palazzo Chigi che non avrebbe firmato il decretoche impediva ai medici di sospendere l’alimentazione forzata allagiovane Eluana.

Arrivano poi la crisi economica-finanziaria e le drammatichedifficoltà dell’Italia. Berlusconi nel 2011 si dimette e nasce ilgoverno tecnico di Mario Monti, voluto fortemente dal Presidentedella Repubblica (che due giorni prima di dare l’incarico nominòl’ex professore della Bocconi senatore a vita). Napolitano haaffiancato e sostenuto il governo bocconiano fino alla fine,anche in presenza di alcune frizioni con il premier, ricordandoin ogni suo intervento pubblico (cosa fatta fino ad oggi)l’importanza del nostro rapporto con l’Unione europea e il ruoloprimario dell’Italia nella politica dell’Ue. Ma il lavoro diNapolitano non si è esaurito con questo o quel discorso ma con losviluppo di quei numerosi contatti internazionali che per ruoloistituzionale è tenuto ad avere. Ecco allora che rassicurazionisullo stato di salute dell’Italia sono arrivate nei suoi incontricon i partner europei e con i leader mondiali. Una presenza,quella sulla scena internazionale, che ha portato la suapopolarità a livelli altissimi, al punto che per il New YorkTimes è ‘King George’ – con chiaro riferimento al re britannicoGiorgio VI – per la sua ‘maestosa’ difesa delle istituzioniitaliane. Una popolarità che ovviamente è stata meno che mai indiscussione sul territorio nazionale.

Il novennato di Napolitano ha coinciso con l’anniversario dei 150anni dell’Unità d’Italia e questo ha rappresentato l’opportunità- in continuità con l’azione del suo predecessore Carlo AzeglioCiampi – per rinsaldare lo spirito di coesione nazionale in unmomento di grande difficoltà per il Paese, respingendo (per laverità senza particolare affanno) pulsioni localistiche oseparatistiche come quelle che vennero messe in campo perl’occasione dalla Lega Nord.

Nei quasi due anni di mandato bis Napolitano si è sforzato didare al Paese un governo solido. Finita l’era ‘tecnica’ di Monti,le elezioni 2013 hanno consegnato al Paese un M5S che ha raccoltooltre il 25% dei consensi, mettendo così in difficoltà il Pd,reduce da un risultato di poco superiore. Pier Luigi Bersani,incaricato da Napolitano, non riesce a fare un governo e cede ilpasso a Enrico Letta, che guiderà l’esecutivo per meno di unanno. Irrompe infatti sulla scena politica Matteo Renzi, che faterra bruciata intorno a Letta costringendolo di fatto alledimissioni nel febbraio 2014. Ed ecco che arriva il momento delsindaco di Firenze a Palazzo Chigi. E’ l’unico (non era riuscitoa Bersani e in parte a Letta) in grado di rendere innocuo ilfuoco di sbarramento di Beppe Grillo e, grazie a contatti prima eaccordi poi, costruisce un ponte con Silvio Berlusconi.Napolitano, avendo sempre come punto di riferimento le riforme,l’Europa e la stabilità dell’Italia affida l’incarico a Renzi.

Insomma una presidenza complessa, gestita con vigore e rigore daquesto signore napoletano d’altri tempi, che ha avuto il meritodi tenere unito il Paese laddove avvenimenti particolari ocalcoli politici rischiavano di produrre rotture. Un presidenteapplaudito in tutte le piazze d’Italia, indipendentemente daicolori politici locali. L’auspicio è che continui ad essere cosìe che almeno intorno alla figura del Capo dello Stato,l’acrimonia, la polemica politica – che sembrano ormai farla dapadrone nella cronaca giornaliera – vengano messe da parte.

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