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pubblicato il 19/ott/2015 19:44

Siria come la Bosnia? L'intervento russo e lo scenario partizione

Analisti al Valdai Club: scenario probabile, ma non il migliore

Siria come la Bosnia? L'intervento russo e lo scenario partizione

Sochi, 19 ott. (askanews) - C'è chi pensa che sia l'unica soluzione possibile per fermare la spirale di violenza in Siria, chi crede che sia l'esito inevitabile dell'intervento russo: la partizione del Paese in guerra in tre, quattro zone, controllate da forze e milizie ora in lotta tra di loro, appare uno scenario sempre meno improbabile. Una Bosnia mediorientale, vista da più parti come il male minore sul breve termine, ma con sviluppi impossibili da prevede in prospettiva, in una regione in costante ebollizione.

Il New York Times ha dedicato un editoriale a questa ipotesi, puntando il dito contemporaneamente contro la "furbizia di Putin", che sta spingendo la Siria verso questo epilogo e contro la linea "remissiva degli Stati Uniti" di fronte alla sfida lanciata sul campo dal Cremlino. Un doppio spunto che ha animato i primi dibattiti a margine della giornata inaugurale del Valdai club, riunito sino al 22 a Sochi, sul mar Nero, dove il conflitto siriano è inevitabilmente già al centro dell'attenzione. E dove molti analisti concordano: la partizione della Siria è un'opzione sul piatto.

LA PICCOLA SIRIA DI PUTIN?

Vladimir Putin non fa mistero della volontà di rafforzare il regime di Bashar al Assad, presentato come l'unica vera alternativa alla caduta dell'intero territorio siriano in mano ai jihadisti dello Stato islamico. Ma i raid russi, concentrati sulla parte occidentale e costiera - in particolare attorno a Latakia, roccaforte di Assad, e Tartus, dove Mosca ha una base navale - stanno alimentando la teoria del "mini-stato" come vero, o piuttosto realistico obiettivo del Cremlino.

LA PARTIZIONE

Il "ritiro" definitivo di Assad nei suoi feudi costieri - a cui il presidente rinvigorito dall'aiuto russo vorrebbe certo aggiungere Damasco, Homs e il confine con Libano e Israele - lascerebbe i curdi in controllo dell'area attorno al confine con la Turchia. La mappa dei territori che rimarrebbero in mano ai sunniti, comprese le aree controllate al momento dallo Stato islamico, è complicata dalle contrapposizioni tra le varie fazioni, ma copre buona parte della Siria centrale ed orientale. Israele potrebbe poi farsi promotore di un"quarto settore" druso ai suoi confini: da mesi i drusi siriani che vivono nel Golan occupato chiedono ora ai drusi israeliani di fornire armi ai drusi di Siria assediati dagli islamisti, come lo chiedono ai drusi libanesi e giordani.

COME LA BOSNIA DI DAYTON

Una Siria divisa in tre, sostanzialmente, dove i ribelli sunniti, liberati da Assad, potrebbero finalmente combattere lo Stato islamico in modo efficace, in vero concerto con gli USA. Ma anche uno scenario che sarebbe accompagnato da una lunga serie di questioni da appianare nell'area: Turchia contro i curdi autonomi, Arabia Saudita contro un'accresciuta influenza iraniana, Israele preoccupato per il Golan, e così via. Secondo Fabrice Balanche del think tank francese Gruppo per gli studi su Mediterraneo e Medio Oriente, primo teorico della partizione siriana come via verso la pacificazione, solo una sorta di accordo tra le varie potenze, come quello di Dayton nel 1995 per la Bosnia, potrebbe garantire un tale nuovo assetto per la Siria.

BOOMERANG PER LA RUSSIA

Ma davvero l'intervento russo promette una nuova Bosnia in Medio oriente?

"É una possibilità, ma sarebbe il peggiore risultato dell'intervento russo, anche per la Russia", valuta Piotr Dutkiewicz, professore di Scienze politiche alla Carleton University di Ottawa, veterano del Valdai Club. "Contribuire alla divisione della Siria sarebbe percepito come in netta contraddizione con il principio della difesa della sovranità, principio essenziale per Mosca anche per la sua politica interna". Secondo Dudtkiewicz, "un altro scenario è più plausibile: l'indebolimento dell'opposizione di Assad, in modo che questa apra a una soluzione di compromesso, e questa sarebbe la creazione di una blanda confederazione dentro gli attuali confini siriani. Così sarebbe preservata l'unità, almeno formale, l'opposizione non solo salverebbe la faccia, otterrebbe anche voce in capitolo". Ma ci sono tre condizioni "per niente scontate", affinché si possa concretizzare questo quadro: "gli Usa e i loro alleati devono accettarlo, Israele deve restare neutrale, la Russia deve essere abbastanza forte da continuare l'intervento in Siria per uno, due mesi ancora".

NESSUN ACCORDO, MA PARTIZIONE FORSE INEVITABILE

È' convinto che "la partizione non sia sul tavolo da parte statunitense, ma molto probabilmente andrà così" Keith Darden, professore di Relazioni Internazionali alla American University di Washington, "è una conseguenza dell'intervento russo".

"La partizione è già un dato di fatto, e ufficializzarla in qualche modo permetterebbe almeno di porre fine al devastante spargimento di sangue, osserva da parte sua Andrei Tsygankov, professore - russo - di scienze politiche all'Università statale di San Francisco, "non c'è una singola forza in campo al momento in Siria in grado di prendere, o riprendere il controllo di tutto il territorio. Certo, io speravo che tra America Russia ci potesse essere un accordo preventivo, almeno contro l'Isis. Ma non è andata e non sta andando così".

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha annunciato oggi che presto vedrà il collega russo Sergey Lavrov e il ministro degli Esteri dell'Arabia Saudita Adel al-Dzhubeyr, probabilmente a Vienna. Non è escluso che venga invitata anche la Turchia. Discuteranno anche di una possibile partizione? Non negli auspici dell'inviato speciale dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura, che invoca un'intesa russo-americana proprio per contrastare questo epilogo. Un accordo è necessario, ha detto di recente, per scongiurare lo "scenario peggiore": quello di una "partizione" della Siria. ----

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