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pubblicato il 30/nov/2016 19:42

Luci e ombre nel controverso pacchetto Ue su "energia pulita"

Aumenta sforzo efficienza energetica, cade sostegno a rinnovabili

Luci e ombre nel controverso pacchetto Ue su "energia pulita"

Bruxelles, 30 nov. (askanews) - Il complesso "pacchetto d'inverno per l'energia pulita" presentato oggi a Bruxelles dalla Commissione europea contiene, in estrema sintesi, alcune novità positive importanti per quanto riguarda la fissazione di un nuovo e più ambizioso obiettivo per l'efficienza energetica (il 30% di riduzione del consumo di energia entro il 2030, rispetto al 27% finora proposto dalla Commissione), e un nuovo regime che garantisce e incoraggia l'immissione in rete e la remunerazione a prezzi di mercato dell'energia rinnovabile autoprodotta dai privati cittadini o generata da microimpianti e cooperative.

Ma, al di là del massiccio sforzo di comunicazione positiva messo in campo dalla Commissione, nel pacchetto vi sono anche diversi veri e propri passi indietro, rispetto al regime attuale delle politiche Ue su energia e clima in vista degli obiettivi del 2020 (quelli del famoso "pacchetto 20-20-20). In particolare, vi è una sorta di smobilitazione dell'attuale regime di sostegno pubblico alle fonti rinnovabili, diverso da paese a paese, che da anni l'Esecutivo Ue voleva uniformare e che le imprese concorrenti delle energie fossili e del nucleare chiedevano invece di azzerare del tutto.

Il pacchetto rientra nel quadro delle politiche volte a realizzare l'obiettivo, già fissato, della riduzione di almeno il 40% delle emissioni a effetto serra dell'Ue entro il 2030, e della realizzazione degli impegni dell'accordo Onu sul clima di Parigi. Oltre a un riordino delle misure a sostegno delle fonti energetiche rinnovabili (compresi i biocarburanti) e alle azioni per l'efficienza energetica, le misure riguardano anche l'assetto dei mercati dell'energia elettrica, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico e la "governance" della futura Unione dell'energia.

Il pacchetto contiene anche nuovi orientamenti per le norme sull'"ecodesign", una strategia per la mobilità sostenibile e nuove azioni sulle ristrutturazioni edilizie, per l'innovazione e per incoraggiare gli investimenti pubblici e privati nel settore dell'energia pulita.

Le nuove misure sono state criticate in modo durissimo da tutte le Ong ambientaliste internazionali - da Greenpeace, a Friends of the Earth, al Wwf, a Climate action Network, all'Ufficio europeo dell'Ambiente (Eeb) - e anche dai Verdi europei, da sempre attenti a questi temi, come "una frenata" (soprattutto sulle rinnovabili) nelle politiche per il clima, con un sostanziale cedimento alle pressioni della parte più "conservatrice" dell'industria e alle lobby delle energie fossili e del nucleare.

Innanzitutto, l'obiettivo 2030 per lo sviluppo delle rinnovabili resta bassisimo, il 27% del totale dell'energia consumata nell'Ue, un traguardo - affermano le Ong ambientaliste - che potrebbe essere raggiunto comunque "per inerzia", senza nessuna accelerazione e nessuna azione aggiuntiva rispetto alla situazione attuale (in vista del raggiungimento del 20% nel 2020).

La Commissione, poi, ha mantenuto la scelta - fatta sotto fortissime pressioni del Regno Unito, quando non si sapeva che avrebbe approvato la Brexit - di non articolare in obiettivi nazionali obbligatori, con un sistema di "condivisione dell'onere" ("burden sharing"), gli obiettifi complessivi dell'Ue al 2030 per le rinnovabili (27%) e l'efficienza energetica (30%). Invece degli obiettivi nazionali, vi sarà una "traiettoria" che la Commissione "raccomanderà" a ogni Stato membro di seguire, senza potergliela imporre. Un sistema di "governance" che, è prevedibile, difficilmente darà i risultati sperati.

I regimi nazionali d'incentivazione per le rinnovabili - considerate ormai come tecnologie "mature" che non hanno più bisogno di essere sovvenzionate - potranno continuare a essere applicati dagli Stati membri solo se non vi sarà lo stop della Direzione generale Concorrenza della Commissione europea, che vigila contro gli aiuti di Stato.

Allo stesso tempo, vengono ammessi e saranno regolamentati i regimi noti come "capacity mechanism", che compensano (con soldi pubblici) le riserve di capacità di produzione elettrica da centrali non utilizzate, allo scopo dichiarato di mantenere la sicurezza dell'approvvigionamento e di garantire la continuità della fornitura di elettricità di fronte all'intermittenza delle rinnovabili (per esempio se non c'è vento per far girare le turbine eoliche).

Un'altra novità che fa imbestialire gli ambientalisti è la fine dell'attuale regime di "priorità di dispacciamento" delle fonti rinnovabili nella rete di trasmissione elettrica (in pratica, l'elettricità prodotta da queste fonti è sempre la prima a essere immessa in rete). Vi sarà, invece, un nuovo approccio detto di "priorità di accesso". Le rinnovabili, in sostanza, avranno sempre la garanzia di accesso alla rete, ma non saranno necessariamente le prime a essere utilizzate: nel caso in cui vi sia una sovrapproduzione o un calo della domanda, gli impianti eolici o solari saranno in realtà i primi a essere spenti o esclusi dalla rete, perché sono i più "flessibili" (quelli che si avviano e si spengono più facilmente) rispetto alle centrali che utilizzano le fonti fossili o il nucleare. In questi casi, i produttori delle rinnovabili avranno diritto a compensazioni, ma resta il fatto che verranno privilegiate, paradossalmente, le fonti più inquinanti e climalteranti.

E se la Commissione nega che possano essere finanziate con i "capacity payment" le più obsolete, inefficienti, inquinanti e climalteranti centrali a carbone, perché sarà imposta una "soglia" che le esclude (per avere le compensazioni, le centrali dovranno emettere meno di 550 grammi per kilowatt/ora di CO2) Greenpeace sottolinea che questo limite, in realtà, entrerà in vigore immediatamente solo per i nuovi impianti (fra il 3% e il 4% circa del totale), e sarà applicato invece solo a partire dal 2026 a tutte le altre centrali elettriche.

Insomma, paradossalmente il pacchetto "energia pulita", da una parte renderà più difficile il sostegno pubblico alle rinnovabili, e d'altra parte permetterà che sia sovvenzionata dagli Stati (con i "capacity payment") la sovraccapacità esistente oggi sui mercati elettrici, che è stata creata negli anni scorsi dagli investimenti sbagliati delle "utilities" nelle centrali alimentate da fonti fossili. Inoltre, consentirà che, in risposta all'eccesso di elettricità prodotta rispetto alla domanda, sia privilegiato il "dispacciamento" in rete dell'energia proveniente da fonti fossili e dal nucleare, all'opposto di quanto avviene oggi, con la priorità data alle rinnovabili.

Alcune Ong ambientaliste sono critiche anche riguardo al passo avanti fatto nell'efficienza energetica, giudicato troppo timido. Brook Riley, di Friends of the Earth Europe, ha fatto notare, ad esempio, che l'aumento dell'efficienza energetica comporta una riduzione delle emissioni di particolato Pm2, ossidi di zolfo e ossidi d'azoto, che sono causa di centinaia di migliaia di morti premature ogni anno in Europa. Sulla base dei dati forniti dalla stessa Commissione europea nella sua analisi d'impatto delle misure presentate oggi, Riley ha calcolato che l'obiettivo dell'efficienza energetica al 30% nel 2030, rispetto al 27% inzialmente proposto, comporta 31.250 morti premature in meno. E con l'obiettivo aumentato al 33%, al 35% e al 40% si arriverebbe rispettivamente a 86.250, 108.750 e a 226.250 vite salvate in più.

La speranza degli ambientalisti è che le proposte della Commissione vengano sostanzialmente migliorate durante la discussione in Consiglio Ue, e soprattuto che siano emendate dal Parlamento europeo, che ha già chiesto, tra l'altro, di portare al 40% l'obiettivo al 2030 per l'efficienza energetica e "almeno al 30%" quello per le rinnovabili.

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