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Martedì 3 novembre 2020 - 15:04

Usa2020, no endorsement da Cina (ma sotto sotto preferisce Trump)

Pechino non esprime preferenze, ma qualche osservatore si sbilancia
Usa2020, no endorsement da Cina (ma sotto sotto preferisce Trump)

Roma, 3 nov. (askanews) – Per chi fa il tifo Pechino? Mentre gli statunitensi si recano al voto per scegliere il loro presidente tra quello uscente, Donald Trump, e l’ex vicepresidente democratico Joe Biden, c’è un osservatore molto interessato dall’altra parte dell’Oceano Pacifico: la Cina. Che in Biden avrebbe un interlocutore, che sotto sotto potrebbe preferire il più ruspante e bellicoso Trump.

Pechino ha avuto rapporti burrascosi con Trump nei quattro anni di suo mandato. Il commercio, la proprietà intellettuale, l’espansionismo nel Mar cinese meridionale sono stati i campi di battaglia in cui l’inquilino della Casa bianca ha incalzato la montante potenza cinese. Poi è venuto Covid-19, partito proprio dalla Cina, e Trump ha attaccato Pechino per aver contribuito alla sua diffusione, nascondendolo al mondo, ventilando che questo comportamento sia stato persino voluto, sostenendo che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha operato al guinzaglio della Cina.

Insomma, basta poco per dire che, se Pechino volesse un clima più sereno con gli Stati uniti, dovrebbe fare smaccatamente il tifo per Biden. E’ evidente che nell’ex vicepresidente, un uomo sperimentato, troverebbe un interlocutore più “istituzionale”, che parla la lingua della politica. Ma, c’è un ma. E l’hanno rilevato diversi osservatori cinesi.

Pechino è uscita prima e meglio degli altri dalla crisi pandemica, almeno per il momento. Attualmente Covid-19 appare ampiamente sotto controllo, almeno a giudicare dai dati forniti dalle autorità cinesi, e gli indicatori della seconda potenza economica mondiale segnalano una ripresa, un Pil in crescita moderata rispetto agli anni precedenti, ma pur sempre in territorio positivo.

Il Partito comunista cinese ha appena licenziato un nuovo Piano quinquennale, il quattordicesimo, e il presidente Xi Jinping ha assicurato che l’obiettivo di costruire una “società moderatamente prospera” è in linea con i tempi previsti, cioè entro la prima metà del prossimo anno.

Nei giorni scorsi le parole d’ordine uscite da Pechino indicano un riallineamento degli obiettivi verso il tema dell’autosufficienza: è come se la crisi pandemica abbia fatto capire alla Cina che deve e può contare soprattutto su se stessa. In tal senso, una politica “isolazionista” degli Stati uniti, da un punto di vista economico, pur facendo certamente danni, non pone un pericolo esistenziale.

Ci sono, semmai, analisti cinesi i quali fanno notare che una rielezione di Trump può non essere il peggiore dei mali sul fronte della competizione tra le due potenze. Yan Xuetong, decano dell’Istituto di affari internazionali dell’Università Tsinghua di Pechino, ha espresso un’idea molto netta parlando con la BBC. “Se mi chiedete quale possa essere l’interesse della Cina, vi dico che la preferenza va più su Trump che su Biden”, ha detto. “Non perché Trump danneggerà meno gli interessi della Cina rispetto a Biden, ma perché alla fine danneggerà di più gli Stati uniti che Biden”.

Yan evidentemente vede già possibile l’attacco al cielo. La sfida per la primazia mondiale in campo economico e politico, dal suo punto di vista, è già lanciata e un nuovo mandato per un presidente come Trump potrebbe azzoppare ulteriormente l’America.

Non è una posizione ovviamente condivisa da tutti. Sembra comunque in generale che Pechino non abbia espresso un particolare entusiasmo per un candidato rispetto a un altro. O, per dirla meglio, non ha espresso un endorsement sia pur implicito per Biden, che oggettivamente avrebbe un approccio più politicamente corretto nei confronti dell’avversario globale. Pechino appare piuttosto equidistante.

Oggi Caixin, una testata economica molto ben considerata, ha pubblicato un editoriale a firma del suo vicedirettore, Huang Shan, intitolato: “Che vinca Trump o Biden, Cina e Stati uniti saranno comunque ai ferri corti”. Huang prende atto della considerazione di chi ritiene di vedere nel’eventuale elezione di Biden una svolta verso rapporti più collaborativi sulle due sponde del Pacifico, dice di vedere una logica in questo modo di ragionare, ma poi aggiunge che tale considerazione “ignora lo sviluppo a lungo termine e la complessità delle relazioni sino-statunitensi, che si sono trasformate da una competizione/cooperazione a una competizione/scontro”. In altre parole, continua, “non importa quale partito arriverà al potere, la competizione della Cina con gli Usa è sistemica”. E conclude: “Le sfide sistemiche hanno bisogno di risposte sistemiche, non possono essere risolte con uno o due mandati presidenziali”.

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