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Sabato 27 giugno 2020 - 17:10

Censura “alla giapponese”: ‘i-documentary of the journalist’

Al FEFF il documentario che racconta la stampa nel Giappone di Abe
Censura “alla giapponese”: ‘i-documentary of the journalist’

Roma, 27 giu. (askanews) – Ci sono molti modi di esercitare la censura. C’è chi uccide i giornalisti, chi li mette in galera, chi li minaccia, chi li infanga, c’è chi li querela in maniera temeraria. Poi c’è il metodo alla giapponese, in cui le minacce sono un contorno lasciato agli estremisti di estrema destra, ma il piatto principale è un coacervo di regole arbitrarie, di delimitazione dello spazio di lavoro alla cerchia dei reporter “amici”, o quanto meno non ostili, di sabotaggi fatti di interruzioni e risposte laconiche e rituali durante le conferenze stampa ufficiali. A raccontare questo mondo è l’ultimo documentario firmato da Tatsuya Mori, “I-Documentary of the Journalist” (“i-shinbunkisha dokyumentary”) presentato in anteprima nella seconda giornata del Far East Film Festival (FEFF), uno dei principali appuntamenti dedicati al cinema asiatico che quest’anno, a causa della pandemia COVID-19, non si svolge a Udine, ma completamente sul web.

Protagonista del documentario è Isoko Mochizuki, una determinata giornalista del quotidiano Tokyo shimbun, oggetto di di un sabotaggio spietato da parte dello staff del capo di gabinetto – portavoce del governo nipponico – Yoshihide Suga. La scena della giornalista che, durante le conferenze stampa ufficiali del governo, viene interrotta dalla monotona e irritante voce di un collaboratore fuori campo del capo della comunicazione dell’esecutivo ogni pochi secondi, è una delle cose più bizzarre, divertenti e urticanti del film.

Mori è un co-protagonista, una specie di spalla, della giornalista che indaga con grande tigna su alcuni degli scandali principali che negli ultimi anni hanno sfiorato e qualche volta colpito in pieno il governo e, soprattutto, il premier Shinzo Abe e il suo entourage. Il regista segue la cronista – la cui immagine con l’immancabile trolley è iconica – ovunque, tranne che nel Kantei (l’edificio che ospita l’ufficio del primo ministro) dove trova sistematicamente un muro di gentilissimi ma fermi poliziotti, i quali gli impediscono anche fisicamente di accedervi. Soltanto i cronisti ammessi nel “Club dei giornalisti”, infatti, hanno il diritto di prendere parte alla conferenza stampa ufficiale che formalmente è organizzata proprio dal “Kisha kurabu” (come si chiama in giapponese), ma di fatto è gestita dallo staff di Suga.

Sullo sfondo, il Giappone dell’era Abe, con i suoi tanti scandali. Quello della vendita a prezzi di favore di un terreno pubblico alla scuola nazionalista Moritomo Gakuen, che ha visto coinvolta la stessa moglie di Abe, Sakie; la vicenda dell’accusa di stupro da parte della giornalista Shiori Ito nei confronti dell’ex cronista Noriyuki Yamaguchi, amico personale di Abe e suo biografo; le proteste dei cittadini di Okinawa contro la nuova base Usa di Henoko e tanto altro. Michizuki è ovunque, a raccontare tutte queste vicende e lo fa con un piglio raro nel giornalismo giapponese, in cui spesso prevale la volontà di non inimicarsi la politica sulla voglia di raccontare i fatti.

Nel documentario è anche presente l’inviato italiano di SkyTg24 Pio D’Emilia, che ha collaborato alla sceneggiatura. Uno dei momenti più intensi è, verso la fine, quando da lontano Mochizuki e Suga si scrutano, mentre il politico seguito da un codazzo di sostenitori va via da un comizio. Le soggettive dei due rivali, nell’economia della scena, sono particolarmente intense.

Mori è un documentarista e scrittore esperto e apprezzato, che ama mettere le mani nella carne viva della cronaca. Nel 1998 e nel 2001 girò due controversi documentari dedicati alla setta religiosa Aum Shinri-kyo (A e A2), che nel 1995 aveva condotto i mortali attentati al gas nervino nella metropolitana di Tokyo. Poi si è occupato anche dello tsunami dell’11 marzo (“311”) e ha firmato nel 2016 un documentario (intitolato “Fake”) sull’incredibile storia di Mamoru Samuragochi: il compositore sordo considerato il Beethoven giapponese, finché non si scoprì che le sue composizioni erano state scritte un ghostwriter e che non era neanche sordo.

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