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Venerdì 22 maggio 2020 - 12:35

In Cina al via le “Due Sessioni”: 5mila delegati a Pechino

Il Congresso nazionale del popolo, "parlamento" che non dice no
In Cina al via le “Due Sessioni”: 5mila delegati a Pechino

Roma, 22 mag. (askanews) – Cosa sta succedendo a Pechino e perché i media internazionali, prendendo un po’ di respiro dalla crisi COVID-19 (peraltro originata in Cina), stanno concentrandosi sui drappi rossi della Grande Sala del Popolo? La risposta è semplice: sono iniziate le “Due sessioni” o, come le chiamano in Cina, le Lianghui. Si tratta della grande riunione annuale della Conferenza consultiva politica del popolo cinese (conosciuta internazionalmente con l’acronimo inglese CPPCC) e il Congresso nazionale del popolo (NPC).

Spesso si sostiene che questa Lianghui sia il corrispettivo cinese delle sessioni del Congresso Usa o della Dieta giapponese. Ma non è proprio così: il “parlamento” cinese ha un potere decisionale molto più limitato dei altri consessi legislativi, è – come direbbero gli americani – “rubber-stamping”. Il potere vero è e resta nelle mani del Partito comunista cinese (Pcc). E probabilmente i periodici congressi del partito e gli organismi dello stesso – il Comitato centrale, il Politburo e il Comitato permanente del Politburo, sancta sanctorum del potere – hanno sicurametne una diversa centralità nel processo decisionale. Tuttavia, le Due Sessioni sono un’occasione importante per comprendere gli orientamenti e le politiche che Pechino intende mettere in campo.

Solitamente le Lianghui si riuniscono a marzo. Ma quest’anno a marzo la Cina era in buona parte in lockdown per la crisi pandemica iniziata a Wuhan. Mettere circa 5mila persone, spesso con un’età avanzata, tutte assieme nello stesso posto avrebbe rappresentato una ghiotta opportunità per il nuovo coronavirus. Così, l’appuntamento è slittato ed è stato proposto in forma ridotta. Ma, anche per dimostrare al mondo e allo stesso popolo cinese che la crisi è superata con successo, comunque l’appuntamento si è tenuto. E la fotografia dei principali esponenti del partito – a partire dal presidente Xi Jinping e dal primo ministro Li Keqiang – solidi a faccia nuda davanti ai delegati in mascherina, vuole rappresentare una dimostrazione di forza.

Questa simbolica baldanza, probabilmente, nasconde una nuova fragilità. Pechino per la prima volta non ha potuto stabilire un obiettivo di crescita del prodotto interno lordo per il 2020, dopo che nel primo trimestre ha subito un calo pandemico del Pil del 6,5 per cento su base annua. Ed è sotto gli attacchi retorici incessanti della Casa bianca, impegnata nel doppio fronte esterno del confronto con la Cina stessa (sul fronte commerciale, militare, ideologico) e sul fronte interno con l’apertura della fase elettorale per le presidenziali.

Ieri sono iniziati i lavori della CPPCC – con un minuto di raccoglimento per i “martiri del COVID-19” – che è un’istituzione consultiva nella quale sono presenti delegati da diverse organizzazioni della società politica e civile cinese, oltre che dei membri indipendenti. In questa sede si trovano anche i partiti politici cinesi, che formalmente esistono ma praticamente sono tutti subordinati al Partito comunista. Il suo compito formale è quello di proporre al potere cinese provvedimenti ed esigenze della società civile, in maniera del tutto non vincolante. Tra i 2.151 delegati si trovano anche alcuni personaggi noti, come il campione di basket Yao Ming e l’attore Jackie Chan.

Più rilevante è il Congresso nazionale del popolo, che è iniziato oggi con un discorso del premier Li. E’ un organismo formato da circa 3mila delegati, che ha il potere di legiferare. Ma, di fatto, si limita a dare il sigillo dell’ufficialità alle decisioni prese dall’esecutivo (il governo cinese si chiama Consiglio di stato) e i casi in cui ha respinto proposte sono piuttosto rari. I lavori solitamente durano tra 10 e 14 giorni e i delegati sono eletti per cinque anni sulla base di un articolato e complesso sistema di elezioni nell’ambito di assemblee locali. Al suo interno ci sono anche le delegazioni dei territori semi-autonomi di Macao e di Hong Kong. Proprio quest’ultima, quest’anno, è al centro dell’attenzione, dopo che è stata presentata una proposta di legge sulla sicurezza nell’ex colonia britannica, che è vista dai critici e dagli attivisti filo-democratici come una pietra tombale sull’autonomia dell’hub finanziario asiatico.

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