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Venerdì 3 aprile 2020 - 16:06

Un anno di guerra a Tripoli: “Moriremo di Covid-19 o per le bombe”

Nella capitale libica vige il coprifuoco per l'emergenza coronavirus
Un anno di guerra a Tripoli: “Moriremo di Covid-19 o per le bombe”

Roma, 3 apr. (askanews) – “Come possiamo rispettare il coprifuoco e rimanere a casa per evitare di ammalarci di Covid-19 quando la nostra casa potrebbe essere distrutta dalla guerra?”: questa la domanda che rimbalza da giorni sugli account Twitter degli abitanti di Tripoli a fronte dell’inasprirsi degli scontri registrati nell’ultima settimana, in concomitanza con i primi casi di coronavirus nel Paese del Nord Africa, dove oggi è stato registrato anche il primo decesso.

L’arrivo della pandemia ha indotto i due governi del Paese ad imporre il coprifuoco e a chiudere i confini, ma non ha fermato la guerra in atto da un anno, nonostante i ripetuti appelli della comunità internazionale. Era il 4 aprile dello scorso anno quando il generale Khalifa Haftar lanciò l’offensiva militare per prendere il controllo di Tripoli, sede del governo di accordo nazionale riconosciuto dall’Onu. Un attacco lanciato nel giorno in cui nella capitale libica era in visita il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in vista della Conferenza nazionale che avrebbe dovuto tenersi 10 giorni dopo a Ghadames per portare avanti il processo di pacificazione del Paese.

Da allora, ricorda oggi l’Onu, sono rimasti uccisi più di 300 civili e altre 150.000 persone sono state costrette alla fuga. I combattimenti sono andati avanti per un anno, in particolare nella parte meridionale di Tripoli, senza che nessuna delle due parti sia riuscita ad avanzare, e sono continuati i bombardamenti indiscriminati sull’aeroporto Mitiga e su zone residenziali.

“Mentre ti scrivo sento il rumore di esplosioni lontane – ha scritto ad askanews Hiba Shalabi, la fotografa che negli ultimi anni ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sulla tutela della Città Vecchia della capitale – la morte arriverà o dai bombardamenti o dal coronavirus”.

L’Oms ha definito la Libia uno dei Paesi più a rischio a fronte della pandemia di coronavirus, a fronte di un sistema sanitario e di servizi medici di base minati da anni di conflitto, privi di attrezzature e farmaci essenziali.

“Qui non è sicuro nè stare dentro, nè stare fuori! Il coronavirus fuori, i missili dentro!”, ha sintetizzato un utente sul proprio account Twitter. Un altro utente ha scritto, dopo un bombardamento sul quartiere Hai Demashq, che ha danneggiato diverse abitazioni la scorsa settimana: “Il Covid-2019 costringe le persone a casa, e l’Esercito nazionale libico (guidato da Haftar, ndr) le lascia senza una casa in cui stare”.

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