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Venerdì 6 settembre 2019 - 11:57

Mugabe, morto l’uomo che ha dominato lo Zimbabwe

Nel bene e nel male ha lasciato un'impronta indelebile
Mugabe, morto l’uomo che ha dominato lo Zimbabwe

Roma, 6 set. (askanews) – L’annuncio della morte di Robert Mugabe, a 95 anni, chiude una pagina della storia d’Africa, nella quale l’ex presidente dello Zimbabwe, ha recitato la parte del protagonista, nel bene e nel male: artefice dell’indipendenza del Paese dai britannici, ma anche dittatore che ha guidato l’ex Rhodesia con pugno di ferro per 37 anni.

Robert Gabriel Mugabe nacque dalla famiglia di un carpentiere in Rhodesia il 21 febbraio del 1924. Di etnia Shona, come la maggioranza delle persone che vivevano in quello stato innaturalmente governato da una minoranza bianca.

Il giovane Mugabe studia nelle scuole missionarie cattoliche, s’impegna e diventa un maestro. Riesce a studiare anche in Sudafrica, poi va a insegnare in Ghana dove videne influenzato dalle idee del leader post-indipendenza Kwame Nkrumah. In Ghana si sposa anche.

Al ritorno in Rhodesia, nel 1950, si unisce al nazionalista africano Joshua Mkomo, ma poi si emancipa e fonda lo Zanu, l’Unione nazionale africana dello Zimbabwe. La politica attiva lo porta in galera nel 1964. Mugabe è un oratore che riesce a infuocare le folle e non risparmia gli attacchi ai leader rhodesiani.

Gli anni del carcere lo spingono verso la lotta armata. Dopo la liberazione, nei primi anni ’70, lo si ritrova in Mozambico a coordinare la guerriglia che faceva incursioni in Rhodesia. Viene considerato un militante, l’ala estrema dell’indipendentismo. Nel 1976, in visita a Londra, dichiara senza mezzi termini che la sola soluzione per il problema della Rhodesia è la polvere da sparo.

Eppure, Mugabe già allora non era solo un uomo d’armi, ma anche un negoziatore. E questo lo aiuta nel processo di negoziazione per l’indipendenza.

Dopo l’accordo del 1979, per la prima volta, anche la maggioranza nera può votare. Mugabe vince le scorrettissime elezioni, sconfiggendo il suo ex alleato Nkomo. E molti bianchi fanno le valigie.

Mugabe, che si autodefiniva marxista, riesce però ad assumere a quel punto un tono più moderato, promette un govern o ampio e anche di non nazionalizzare la proprietà privata. Lancia un programma sociale per i neri e, quando vengono trovate delle armi, si libera di Nkomo dal governo. Gradualmente si libera delle opposizioni, anche con operazioni come il massacro di migliaia di appartenenti all’etnia Ndebeles, che erano considerati sostenitori di Nkomo. A fare le operazioni sporche, la famigerata V Brigata dell’esercito, formata da soldati nordcoreani.

La pressione costringe Nkomo di fatto a cedere il suo partito, facendolo confluire nello Zanu. Nel 1987 Mugabe, che era stato primo ministro fino a quel momento, cancella la carica e si fa eleggere presidente, carica per la quale viene riconfermato nel 1996. In quell’anno sposa Grace Marufu, di 40 anni più giovane, dopo che la prima moglie era morta di cancro. Lei gli darà il terzo figlio.

Nel 1992, rimangiandosi le ormai antiche promesse, introduce una legge che consente la confisca dei terreni senza appello, per togliere a meno 5mila proprietari terrieri bianchi appezzamenti da offrire ai neri. I suoi “veterani di guerra” occupano le fattorie e alcuni proprietari sono uccisi anche coi loro contadini. L’economia di quello che era un paese autosufficiente esce da queste tensioni con le ossa rotte, Mugabe è accusato di aver distribuito le terre solo ai suoi famigli e protetti, non ai poveri.

Nelle elezioni del 2000 il partito di Mugabe perde le elezioni, ma nel Parlamento il presidente può nominare 20 uomini suoi, quindi lo Zanu-PD mantiene il potere. Due anni dopo Mugabe riesce a vincere le elezioni con il 56,2 per cento, mentre Morgan Tsvangirai, il suo rivale del Movimento per il cambiamento democratico, si ferma al 41,9 per cento. Il voto è macchiato da irregolarità e trucchi.

Lo Zimbabwe, che intanto era anche stato sospeso dal Commonwealth, è alla fame. Mugabe peggiora la situazione nel 2005, lanciando un’operazione contro il mercato nero, che porta alla distruzione di slum interi, lasciando 700mila persone senza casa.

La sua popolarità crolla. A marzo 2008 perde il primo turno delle presidenziali contro Tsvangirai, ma vince il secondo perché Tsvangirai è costretto a ritirarsi dalla gara a causa dopo aver preso atto che era impossibile avere elezioni corrette. Intanto il paese precipitava nella fame, e nelle malattie. Il colera decima la popolazione.

Così Mugabe è costretto a trattaree, dopo mesi di negoziati, a febbraio 2009, Tsvangirai giura come primo ministro. Ma la coabitazione è difficile e Mugabe impone la sua personalità. Nel 2013 rivince le elezioni, ponendo termine alla condivisione dei poteri con Tsvangirai. Come sempre, le elezioni sono oggetto di critiche dell’Onu perché caratterizzate da brogli e violenze.

L’avanzare dell’età del leader, intanto, produce lotte intestine e voci sulla successione. Qualcuno suppone che Grace possa succedere al marito, ma Mugabe non molla l’osso e nel 2015 annuncia che nel 2018 intende concorrere di nuovo alle elezioni. Condisce, l’anno dopo, la sua affermazione con una frase: “Starò al potere finché Dio non mi dirà: ‘Vieni'”.

Ma nel 2017 l’esercito lo colloca agli arresti domiciliari. Quattro giorni dopo lo rimpiazza con il suo numero due Emmerson Mnangagwa. Il 21 novembre 2017 il presidente del Parlamento annuncia che Mugabe si è dimesso. Il vecchio leader ha fatto in tempo a negoziare la protezione, il mantenimento di alcuni affari, una casa, servitù, auto e status diplomatico.

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