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Mercoledì 6 febbraio 2019 - 16:05

Libia, Sarraj critica offensiva Haftar nel Fezzan e invia truppe

Comunità Tebu denuncia "pulizia etnica" delle forze del generale
Libia, Sarraj critica offensiva Haftar nel Fezzan e invia truppe

Roma, 6 feb. (askanews) – Il Sud della Libia non deve diventare “l’arena dove risolvere dispute politiche”: questo il monito lanciato dal premier del governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez al Sarraj, criticando l’escalation militare in atto nella regione del Fezzan dopo il lancio, a metà gennaio, dell’operazione delle forze del generale Khalifa Haftar contro “gruppi terroristici” e “criminali”. Il monito è stato accompagnato dal dispiegamento di forze armate a difesa del principale giacimento petrolifero del Paese, Sharara, situato a circa 200 chilometri da Sebha, la principale città del Fezzan già finita sotto il controllo delle forze di Haftar.

“Il Sud è molto importante per la stabilità della Libia e non dovrebbe diventare l’arena dove risolvere dispute politiche”, si legge in un comunicato diffuso dal governo di Tripoli, in cui si ribadisce che solo elezioni parlamentari e presidenziali possono riportare stabilità nel Paese. In un’altra nota, il comando militare occidentale di Sarraj ha dichiarato che gli scontri avvenuti nei giorni scorsi nella zona di Ghadwa, a Sud-Est di Sebha, e i bombardamenti aerei a Murzuk dimostrano che l’obiettivo dell’offensiva di Haftar è di “imporre una politica del fatto compiuto e di sconfiggere qualsiasi soluzione politica”.

A oltre sette anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, la Libia rimane divisa tra un governo di accordo nazionale, riconosciuto dalla comunità internazionale, con sede a Tripoli, e un governo parallelo sostenuto dall’autoproclamato Esercito nazionale libico di Haftar, che controlla l’Est del Paese. In questi anni, la vasta regione desertica del Fezzan, che confina con Algeria, Niger, Ciad e Sudan, è rimasta fuori dalla contesa politica, con gravi ripercussioni sul piano economico e sociale per la popolazione.

Pochi giorni dopo l’avvio dell’operazione, le forze di Haftar hanno annunciato l’uccisione di un presunto leader di Al Qaida nel Maghreb Islamico (Aqim), aggiungendo di voler quindi prendere di mira i gruppi di ribelli del Ciad accusati di alimentare l’insicurezza, sfruttando la porosità dei confini per insediare le proprie basi in Libia. Proprio nella città di Ghadwa, il portavoce di Haftar ha riferito nei giorni scorsi di scontri con “mercenari ciadiani”, mentre due giorni fa Parigi ha fatto sapere di aver lanciato raid aerei contro un convoglio di 40 pickup proveniente dalla Libia e diretto in Ciad.

Di fatto tali operazioni rischiano di alimentare le tensioni in una regione segnata, fino alla firma di un accordo di pace nel 2017, da violenti scontri tra la comunità Tebu e le tribù arabe per il controllo delle operazioni di contrabbando. I Tebu hanno denunciato nei giorni scorsi operazioni di “pulizia etnica”, accusando le forze di Haftar di aver incaricato le tribù rivali arabe di occupare le loro aree.

Interpellato dalla France presse, Youssef Kalkouri, membro del parlamento di Tobruk, ha sottolineato la ferma opposizione dei Tebu all’ingresso nele loro città delle forze delle tribù arabe Awlad Suleiman e al-Zwei. Un altro deputato Tebu ha annunciato che non parteciperà ai lavori dell’Assemblea dell’Est della Libia, mentre un ministro Tebu del governo della Cirenaiaca si è dimesso; entrambi hanno denunciato una “pulizia etnica” contro la loro comunità. In tutta risposta, il portavoce delle forze di Haftar, il generale Ahmed al-Mesmari, ha denunciato una “campagna mediatica”: “I nostri fratelli Tebu combattono al nostro fianco”, ha detto alla France Presse, sottolineando come l’operazione stia “ripulendo il Sud da terrorismo, caos e presenza straniera”.

Di parere opposto, le forze di Sarraj secondo cui “quello che sta avvenendo al momento, dovesse andare andare, porterà a scontrri più vasti che interesseranno altre regioni, per non parlare delle vittime che causerà e dell’incitamento al auseranno e dell’incitamento a dissensi e conflitti, che demoliranno ogni speranza di una soluzione politica”.

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