La Marca e Schirò scrivono a Salvini su cittadinanza e “italiano”

Entrambe figli di emigrati

GEN 22, 2019 -

Roma, 22 gen. (askanews) – Francesca La Marca e Angela Schirò, (Deputate al Parlamento, elette nella circoscrizione Estero), nelle fila del Pd hanno scritto al ministro Salvini sul tema cittadinanza e conoscenza della lingua italiana:

Egregio Ministro Salvini,

siamo entrambe parlamentari italiane nate all’estero, da genitori emigrati in altri Paesi, che hanno avuto esperienza diretta di cosa significhi essere stranieri in altre società e, nello stesso tempo, del vantaggio che a sé e a chi sa ospitare ed accogliere reciprocamente derivi da un positivo percorso di integrazione e di avanzamento sociale.

In questi anni, nei nostri Paesi di residenza – il Canada e la Germania – una cosa abbiamo sempre ripetuto con orgoglio: “Dell’Italia si può dire ciò che si vuole, ma nessuno potrà negare che si sia fatta carico delle proprie e delle altrui responsabilità salvando vite umane e proteggendo con umanità persone deboli e indifese”.

Può immaginare, dunque, quanto profondo disagio e dolore ci abbiano dato le misure da lei imposte all’attuale maggioranza di totale chiusura verso i migranti più deboli ed esposti e quanta vergogna ci produca il fatto che persone, pur in possesso di un regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, siano messe in strada in pieno inverno. Cosa che nei nostri Paesi non è avvenuto verso gli italiani.

Comunque, non le scriviamo per questo. Nel Decreto Sicurezza, da lei fermamente voluto e da noi altrettanto fermamente osteggiato, compaiono norme che non limitano i loro effetti al bersaglio prevalente delle disposizioni in esso contenute – gli stranieri presenti nel nostro Paese -, ma coinvolgono anche altre persone che poco hanno a che fare con questa sua scelta ossessiva.

All’art. 14, infatti, è detto testualmente: “La concessione della cittadinanza italiana (nel nostro caso al coniuge che la richiede per matrimonio) è subordinata al possesso, da parte dell’interessato, di un’adeguata conoscenza della lingua italiana, non inferiore al livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER)”. E più sotto si aggiunge che i richiedenti devono allegare alla domanda un’adeguata certificazione in merito.

Sappiamo bene che questa disposizione, richiedente una conoscenza elevata della lingua italiana, si aggiunge a tutte quelle che vogliono rendere la vita difficile agli stranieri che intendono integrarsi nel nostro Paese fino a diventarne cittadini, tanto più se in esso vi sono i propri affetti familiari, ma pur di raggiungere questo obiettivo lei passa disinvoltamente sulla condizione di decine di migliaia di famiglie e di coppie “miste” che vivono anche all’estero. Vi sono tante unioni, infatti, costituite da un/a italiano/a sposato/a con uno/a straniero/a che vorrebbero condividere anche la cittadinanza, oltre ai figli e a tante altre cose che sorreggono il loro rapporto. La richiesta del possesso di un livello elevato di conoscenza della lingua italiana come condizione dell’ottenimento della cittadinanza, alla quale si aggiunge il raddoppio dei tempi di attesa della definizione della pratica, costituisce obiettivamente una remora e un freno per questa legittima aspirazione.

E poi, ammesso che di questa misura si debba prendere semplicemente atto, si è posto il problema degli aspetti pratici che ne discendono? Per acquisire una conoscenza e una certificazione dell’italiano a livello B1, a chi e dove bisognerà rivolgersi? Da chi gli interessati possono ricevere informazioni sui possibili contatti da realizzare? Quanto gli costeranno i corsi e la stessa certificazione? Ha idea di come i nostri consolati siano già oberati di lavoro e di richieste e di quanto ci vuole, in termini di tempo e di spesa, per spostarsi e lasciare i propri impegni familiari e di lavoro?

Sappiamo bene che la sua maggiore preoccupazione è quella di mandare messaggi securitari e diversivi a un elettorato angosciato da mille difficoltà concrete, ma lei – ci perdoni – alle persone in carne e ossa e ai loro problemi quotidiani non ci pensa mai? Tanto più se il solo fatto di risiedere all’estero costituisca di per sé un fattore in più di difficoltà, che meriterebbe attenzione e rispetto.

Anche se non ci facciamo molte illusioni, provi a governare una volta tanto non per simboli e messaggi antagonistici, ma cercando di pensare alle persone vere e provando ad aiutarle a risolvere qualche loro problema, anziché spingerle verso l’ansia e appesantirne le difficoltà.

Provi, in sostanza, a cambiare qualcosa per dare ai protagonisti di tante unioni “miste”, formate anche da nostri connazionali all’estero, un minimo di aiuto e l’idea che il Paese di cui vogliono diventare cittadini non li considera un rischio ma una positiva risorsa.

Distinti saluti.