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Giovedì 8 novembre 2018 - 21:08

“Mission impossible” per Weber, candidato presidente Commissione Ue per il Ppe

Caso Juncker non si ripeterà per il falco tedesco dell'austerità
“Mission impossible” per Weber, candidato presidente Commissione Ue per il Ppe

Roma, 8 nov. (askanews) – E’ una ‘mission impossible’ quella che il congresso di Helsinki del Partito popolare europeo ha affidato al tedesco Manfred Weber, nominandolo ‘spitzenkandidat’ (candidato leader) nella corsa per la presidenza della prossima Commissione europea. Weber, presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, ha avuto 492 voti sui 619 espressi dal congresso, vincendo largamente sull’unico altro candidato, l’ex premier finlandese Alex Stubb, molto più ‘moderno’ di lui, vista la sua familiarità con i social media, e soprattutto dotato di un notevole humour, inimmaginabile per il suo austero e noiosissimo ‘competitor’ tedesco.

UN CAMPIONE DELL’AUSTERITA’

Innanzitutto gioca contro Weber il suo noto e conclamato sostegno alle più rigide politiche d’austerità, imposte dalla Germania all’Eurozona in piena crisi dal 2010 al 2014, attraverso la Commissione europea e l’Eurogruppo, con il risultato di aver depresso le economie dei paesi del Sud Europa con riduzioni dei deficit e tagli agli investimenti pubblici che hanno fatto aumentare il debito pubblico complessivo dell’Ue invece di diminuirlo.

Per questo, appare molto difficile che il candidato tedesco del Ppe possa essere sostenuto dagli Stati membri del Sud (in particolare Spagna, Portogallo, Grecia e Italia) nel Consiglio europeo che dovrà nominare a maggioranza qualificata, nel giugno prossimo, il presidente designato della Commissione.

In secondo luogo, per la stessa ragione, è difficile immaginare che Weber possa ottenere il sostegno di una coalizione europeista maggioritaria nel nuovo Parlamento europeo, dopo le elezioni del prossimo maggio, che vedranno con tutta probabilità una forta avanzata del fronte nazionalista, sovranista ed euroscettico. Una maggioranza europeista sarà probabilmente ancora possibile, ma difficilmente potrà limitarsi alle forze dell’attuale coalizione tripartita (Ppe, Socialisti e Democratici e Liberaldemocratici) che sostiene Jean-Claude Juncker; con tutta probabilità dovrà comprendere anche i Verdi, ed è veramente difficile pensare che questi e i Socialisti possano sostenere un falco dell’austerità per la presidenza dell’Escutivo comunitario.

SVOLTA SOVRANISTA PER IL PPE?

E’ possibile che Weber si rivolga invece, dall’altra parte, alla destra sovranista, nazionalista ed euroscettica, che vede comunque uno dei suoi leader, il premier ungherese Viktor Orban, militare nelle file dello stesso Ppe? Sì, è possibile, visto che Weber è tra quelli che hanno impedito finora l’espulsione di Orban dal Ppe. Ed è questo, chiaramente, lo spostamento a destra dei Popolari, l’obiettivo di Orban e dei sovranisti di tutti i paesi europei. Ma una coalizione con i sovranisti comporterebbe sicuramente una spaccatura verticale nel Ppe, perché si opporrebbero i partiti tradizionalmente democristiani ed europeisti che hanno partecipato fin dall’inizio al ‘sogno europeo’. In queste condizioni (il Ppe spaccato in due fronti), riuscirebbe una eventuale coalizione Ppe-sovranisti a ottenere la maggioranza relativa nel Parlamento europeo?

IL MECCANISMO DELLO SPITZENKANDIDATEN

Il terzo fattore che gioca contro l’ipotesi Weber alla presidenza della Commissione è lo stesso meccanismo dei cosiddetti ‘spitzenkanDidaten’, basato sull’idea che il candidato leader del partito che ottiene la maggioranza relativa nell’Europarlamento, e che riesca a mettere insieme una coalizione con la maggioranza assoluta nell’Assemblea di Strasburgo, sia poi ‘automaticamente’ proposto al Consiglio europeo, e accettato, come il presidente designato della Commissione. Tutto fa pensare che questo meccanismo, che è stato attivato per la prima volta con la candidatura di Jean-Claude Juncker nel 2014, seguita dalla sua designazione come presidente della Commissione da parte del Consiglio europeo (con il voto contrario di Regno Unito e Ungheria), e infine dalla sua ‘elezione’ da parte del Parlamento europeo, non si ripeterà.

Ci sono due ragioni che militano a favore della liquidazione dell’esperienza degli ‘spitzenkandidaten’, e del ripristino dello ‘status quo ante’, quando i presidenti della Commissione designati venivano decisi dall’accordo dei capi di Stato e di governo, e poi sottoposti all’approvazione del Parlamento europeo.

La prima ha a che fare con la questione delle prerogative istituzionali: i Trattati Ue hanno sempre assegnato al Consiglio europeo il potere di designazione del presidente della Commissione, e il fatto che il Trattato di Lisbona oggi in vigore preveda che questo avvenga ‘tenuto conto del risultato delle elezioni europee’ non significa certo che questo potere debba passare ora al Parlamento europeo, attraverso il meccanismo degli ‘spitzenkanditaten’.

D’altronde, proprio per questa ragione (la difesa delle prerogative del Consiglio europeo) si è schierata contro la ripetizione del meccanismo degli ‘Spitzenkadidaten’ almeno una parte dei capi di stato e di governo degli Stati membri, e in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. Questa opposizione è venuta fuori in recenti riunioni del Consiglio europeo, in cui i leader dell’Ue hanno fatto sapere di essere disposti a prendere i conto tutti gli ‘spitzenkandidaten’ (e non solo quello della formazione di maggioranza relativa all’Europarlamento), ma insieme ad altri possibili candidati. Bisogna ricordare, inoltre, che la stessa canceliera tedesca Angela Merkel era stata inzialmente contraria ad appoggiare Juncker, nel 2014, ma aveva poi ceduto alla pressioni di gran parte dei media del suo paese.

Lasciare che sia il Parlamento europeo invece del Consiglio europeo, per la seconda volta, a indicare il presidente designato, significherebbe consolidare questo meccanismo, come è già successo per le audizioni dei commissari europei designati, neanch’esse previste dai Trattati ma diventate ormai una prassi che nessuno si permetterebbe più di rimettere in discussione. Per questo, il Consiglio europeo questa volta, con tutta probabilità, si opporrà come punto di principio allo ‘spitzenkandidat’ proposto dal Parlamento europeo, sempre che riesca ad avere l’appoggio della maggioranza dell’Assemblea, o, a maggior ragione, a quello proposto dal solo gruppo politico di maggioranza relativa (quasi sicuramente il Ppe, e dunque Weber).

Infine, va ricordato che a silurare il meccanismo degli ‘spitzenkandidaten’ è stato proprio il Ppe, quando ha fatto, l’anno scorso, una feroce campagna contro l’ipotesi di utilizzare i seggi dell’Europarlamento lasciati vacanti dall’uscita del Regno Unito dall’Ue, nel 2019, per creare delle ‘liste transnazionali’ che avrebbero permesso a tutti gli elettori europei di votare direttamente per il candidato di un partito politico europeo alla presidenza della Commissione.

I Popolari, temendo che questo nuovo meccanismo avrebbe comportato la possibilità di veder vincere un candidato presidente della Commissione di un’altra famiglia politica (anche nel caso in cui si il Ppe si confermasse comunque come primo gruppo dell’Assemblea di Strasburgo), hanno votato massicciamente contro l’ipotesi delle liste transnazionali, determinando la bocciatura della proposta da parte del Parlamento europeo. La possibilità reale di democratizzare davvero il processo di nomina della presidenza della Commissione europea, attraverso il voto diretto degli elettori ai candidati leader, è stata insomma sacrificata dal Ppe sull’altare della conservazione del suo potere di partito. In questo modo, i Popolari hanno tolto credibilità a sé stessi e alla battaglia del Parlamento europeo (ancora sostenuta anche dai Verdi e dai Socialisti) per imporre i propri candidati leader contro la logica intergovernativa del Consiglio europeo.

L’ALDE CORTEGGIA MACRON

Tanto che oggi persino il gruppo liberaldemocratico Alde, guidato dall’ex premier belga, l’ultraeuropeista Guy Verhofstadt, si è dicharato contrario a ripetere l’esperienza degli ‘spitzenkandidaten’, nonostante il fatto che lo stesso Verhofstadt sia stato uno di loro nel 2014, e che i Liberaldemocratici siano dati in ascesa alle prossime elezioni europee. Al ‘gran rifiuto’ di Verhofstadt, comunque, potrebbe non essere estranea la probabilità che in questo modo il leader liberaldemocratico stia cercando di convincere ad aderire finalmente all’Alde il presidente francese Emmanuel Macron, rimasto finora senza un suo gruppo di appartenenza a Strasburgo.

Quello che appare pittosto chiaro oggi, insomma, è che il fatto di essere stato nominato candidato del Ppe alla presidenza della Commissione non garantisce affatto a Weber di diventare il successore di Juncker, anche se il Ppe dovesse confermarsi come il gruppo politico di maggioranza relativa al Parlamento europeo dopo le elezioni di maggio, e anche se riuscisse, cosa molto più difficile, a formare una coalizione attorno al suo nome capace di ottenere la maggioranza assoluta dei voti dell’Assemblea di Strasburgo.

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