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Giovedì 8 novembre 2018 - 18:29

L’inferno del lavoro: allarme per violenze e sfruttamento in Asia

Allarme in Corea del Sud, Cina e Giappone
L’inferno del lavoro: allarme per violenze e sfruttamento in Asia

Roma, 8 nov. (askanews) – Il lavoro può diventare un inferno di violenza e sfruttamento in Asia orientale. Recentemente si sono moltiplicati i casi di denunce pubbliche in Paesi della regione per sfruttamento o vere e proprie violenze sui luoghi di lavoro da parte. Oggi è stata la volta della Corea del Sud, con l’arresto di Yang Jin-ho, un controverso imprenditore del mondo internet, capo della compagnia di sviluppo robotico K-Technology e della società di “storage” di dati WeDisk.

Yang, che in passato era finito già nel mirino per il fatto che nella sua piattaforma di condivisione e stoccaggio dati circolavano materiali pornografici è protagonista di un video in cui uccide galline con una balestra e costringe un dipendente a fare lo stesso. In un altro video lo si vede prendere a ceffoni e insultare un altro dipendente, costringendolo a inchinarsi per chiedere scusa.

Si tratta solo dell’ultimo episodio emerso in Sudcorea. Nei mesi scorsi i riflettori si sono accesi sulla famiglia che controlla la compagnia aerea principale del paese, la Korean Air. La moglie del patron, Lee Myung-hee, è finita nei guai per aver maltrattato diversi dipendenti del grande chaebol (conglomerato) Hanjin, che controlla la compagnia aerea. Anche nel suo caso i comportamenti censurabili sono stati registrati in video. In uno di questi si vede Lee che lancia oggetti e urla contro i lavoratori che stavano rimodellando un hotel.

Anche la figlia di Lee, Heather Cho (Cho Hyun-ha), è finita in carcere nel 2014 per aver lanciato noccioline e aver insultato pesantemente degli assistenti di volo della compagnia, perché durante un volo non le avevano portato delle noccioline nella maniera dovuta in un contenitore di ceramica. S’è fatta in cella cinque mesi.

L’altra sorella, Cho Hyun-min, a sua volta, è finita al centro dello scandalo per aver dato di matto in una riunione con un dipendente di una società pubblicitaria fornitrice del gruppo, lanciandogli addosso un’aranciata.

In Sudcorea è stato condotto quest’anno uno studio dall’Istituto per il lavoro, in cui è stato rilevato il 66,3 per cento dei 2.500 lavoratori dipendenti che componevano il campione hanno ricevuto abusi o minacce dai propri superiori o dai loro colleghi.

Non è in realtà, gli abusi sui luoghi di lavoro in Asia non sono un fatto di famiglia, né tanto meno esclusivamente un fatto sudcoreano. Ieri, secondo quanto hanno riferito i media cinesi, i manager di un’azienda di Guizhou sono stati arrestati per aver costretto i dipendenti meno performanti a bere urina e mangiare scarafaggi, averli presi a cinghiate per punizione e a baciare il secchio della spazzatura come esercizio motivazionale. D’altronde ancora oggi ci c’è stata una manifestazione davanti a un Apple Store per lo sfruttamento da parte di una delle ditte fornitrici del colosso americano, che ha promesso di condurre un’inchiesta.

Il China Labour Watch, che ha sede negli Usa, ha denunciato un aumento delle violenze sui luoghi di lavoro e un peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari collegato al rallentamento della grande corsa alla crescita di Pechino.

Anche il Giappone, da questo punto di vista, ha i suoi problemi. In particolare, a preoccupare è il superlavoro – una condizione spesso autoimposta, più che imposta – che talvolta porta alla morte. Esiste anche una specifica parola che indica il decesso da eccessivo lavoro: “karoshi”. Il rapporto annuale presentato la scorsa settimana dal governo parla di 200 morti da superlavoro all’anno, alcuni dei quali per suicidio. Un caso particolare sono gli insegnanti e le inferimiere. Dal 2014 sono morte 52 infermiere e 24 insegnanti per motivi che sono stati riconosciuti essere legati al lavoro eccessivo.

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