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Giovedì 17 maggio 2018 - 14:41

Pretattica e formalismi, l’accidentato percorso verso il summit Kim-Trump

Giornali Pyongyang: imperdonabili esercitazioni Usa-Sudcorea
Pretattica e formalismi, l’accidentato percorso verso il summit Kim-Trump

Roma, 17 mag. (askanews) – Dopo l’entusiasmo del primo momento, è iniziata la fase “down” nella dinamica del dialogo tra Stati uniti e Corea del Nord. Una fase che potrebbe mettere a rischio anche il summit del 12 giugno. E’ possibile che sia solo pretattica, ma con protagonisti come il leader nordcoreano Kim Jong Un e il presidente americano Donald Trump non è facile fare previsioni. Il motivo del contendere, al momento, sono le esercitazioni militari congiunte Usa-Sudcorea, ma dietro ci sono delle discrepanze che riguardano la dimensione e le modalità della “denuclearizzazione” prospettata da Pyongyang e che vanno oltre un apparente formalismi diplomatici.

Oggi i media di stato nordcoreani hanno lanciato un’offensiva sulla questione delle esercitazioni Max Thunder, tra le aeronautiche di Seoul e Washington. Ieri Pyongyang ha cancellato colloqui con Seoul e minacciato di far saltare il summit di Singapore con gli Usa.

“Noi faremo sforzi continuativi per mantenere e migliorare l’attuale situazione politica. Ma esercitazioni indiscriminate per l’invasione del Nord non saranno tollerate”, si legge oggi sul sito nordcoreano Uriminzokkiri. Altrettanto duro il Rodong Sinmun, giornale del Partito dei lavoratori coreani: “Il Nord e Sudcorea devono astenersi da comportamenti militari che minaccino e provochino l’altra parte, se entrambi vogliono andare verso la pace e l’unificazione. Esercitazioni militari che tramino l’invasione del Nord, e che vanno contro la Dichiarazione di Panmunjom, non saranno perdonati”.

Max Thunder sono iniziate la settimana scorsa e coinvolgono 100 aerei dei due lati. Sono coinvolti anche aerei stealth F-22. Questi aerei sono citati esplicitamente dall’Uriminzokkiri come una minaccia, assieme ai bombardieri B.52, che tuttavia non dovrebbero essere parte delle esercitazioni.

Queste dichiarazioni vengono dopo una fase molto positiva di dialogo, iniziato con le Olimpiadi invernali di PyeongChang e continuato con il terzo summit intercoreano che si è tenuto a Panmunjom tra Kim e il presidente di Seoul Moon Jae-in, grande promotore del dialogo.

Dopo la tempesta di ieri, Seoul e Pechino hanno gettato acqua sul fuoco. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato Washington a reagire con calma alla minaccia di cancellare il summit e ha ricordato che questa opportunità è stata creata con “duro lavoro”.

Ma una certa prudenza è stata mostrata anche da Trump, il quale ha detto di non aver ricevuto alcuna formale notizia per un cambio di piano relativo al summit di Singapore. “Vedremo cosa accadrà, quel che sarà sarà”, ha affermato nello Studio ovale.

Uno degli elementi che ha irritato, prevedibilmente, la Corea del Nord è stato l’insistere da parte del consigliere di sicurezza nazionale di Trump, il falco John Bolton, il quale ha più volta parlato di “modello Libia” per la denuclearizzazione nordcoreana. “Non nascondo il senso di ripugnanza per lui”, ha detto il primo vicepremier nordcoreano Kim Kye Gwan, secondo la Kcna.

A irritare, chiaramente, è il fatto che Muammar Gheddafi, che acconsentì allo smantellamento del programma nucleare e chimico, è stato poi rovesciato dai bombardamenti Nato ed è finito ucciso. Da sempre i casi di Saddam Hussein (anche lui rinunciò al programma nucleare ed è morto impiccato) e di Gheddafi sono un potente monito per il verticve nordcoreano.

L’altro punto d’irritazione sembra soltanto nominale, ma non lo è affatto. Recentemente nei discorsi del nuovo segretario di Stato Usa Mike Pompeo una “C” è stata sostituita da una “P”. Cioè la sigla “CVID” (“complete, verificable, irreversible denuclearization”) è diventata “PVID”. Cioè la denuclearizzazione da “completa” è diventata “permanente”. E questo ha fatto ritenere che l’asticella sia stata alzata da Washington. Oggi la ministra degli Esteri di Seoul Kang Kyung-wha ha cercato di buttare acqua anche su questo fuoco: “Sebbene la ‘P’ suoni più dura come tono, nei fatti, le due cose significano la stessa cosa”.

In prospettiva poi c’è il tema dei 28.500 soldati Usa presenti in Corea del Sud, una vera forza d’invasione per Pyongyang. Per quanto Kim abbia al momento tolto dal tavolo la questione del ritiro americano, è chiaro che la firma di un’eventuale pace con la Corea del Nord potrebbe metterlo di nuovo in agenda. Kang ha spiegato che per ora non sene parla e che la questioen va gestita con “prudenza, senza fretta”.

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