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Mercoledì 14 marzo 2018 - 13:47

Addio a Stephen Hawking, l’astrofisico “erede” di Albert Einstein e Isaac Newton

Lo scienziato scomparso una vera e propria icona scientifica
Addio a Stephen Hawking, l’astrofisico “erede” di Albert Einstein e Isaac Newton

Roma, 14 mar. (askanews) – Con Stephen Hawking scompare non semplicemente uno scienziato, ma una vera e propria icona scientifica, simbolo del progresso dell’umanità in un campo della fisica – l’astrofisica – considerato oltretutto specialmente arcano e per questo ancora più degno di ammirazione.

Poco importa che il suo best seller, “Una breve storia del tempo” sia stato nominato il libro più acquistato meno letto della storia: come già per il suo predecessore Albert Einstein, al grande pubblico non importava tanto capire che cosa stessero studiando, bastava il fatto – da buoni eroi – che lo stessero facendo, e per questo il suo posto nel Pantheon della fisica era assicurato già in vita.

A questo status semidivino nell’immaginario collettivo (celebrato persino in un cameo in un episodio di “Star Trek”, a fianco del solito Einstein) contribuiva anche il contrasto fra la brillantezza intellettuale e la disabilità fisica che lo ha tenuto inchiodato a una sedia a rotelle per decenni, costretto ad utilizzare un sintetizzatore vocale: peraltro, una scommessa vinta anche questa, visto che alla diagnosi della sua malattia, mezzo secolo fa, i medici non gli avevano dato che pochi mesi.

Hawking nacque l’8 gennaio 1942, esattamente trecento anni dopo la morte di Galileo Galileo, il padre della scienza moderna: tutto il suo lavoro aveva come obbiettivo quella di consumare il matrimonio che avrebbe dato vita alla scienza del futuro, fra la meccanica quantistica e la gravità – un obbiettivo sfuggito anche a Einstein e il cui risultato finale sarebbe stato la celeberrima – e sfuggente – “Teoria del Tutto”. Per dirla con una sua frase: “Il mio obbiettivo è semplice: è la comprensione completa dell’Universo, perché è così com’è e perché esiste”.

Hawking divenne membro della Royal Society ad appena 32 anni e nel 1979 venne nominato alla cattedra lucasiana di matematica dell’Università di Cambridge – la stessa tenuta da Isaac Newton – dove si era trasferito per studiare astrofisica e cosmologia. Insieme a Roger Penrose ha contribuito grandemente alla teoria dei buchi neri e delle singolarità (fra le quali va annoverato lo stesso Big Bang).

A questo proposito è rimasta famosa la scommessa – di cento dollari – fra Hawking e i colleghi Kip Thorne e John Preskill riguardo alla “perdita di informazione” nei buchi neri legata alla cosiddetta “radiazione di Hawking”, ovvero la lenta evaporazione del buco nero stesso teorizzata e calcolata dall’astrofisico britannico.

Ciò causerebbe un paradosso perchè la radiazione non dipende da che cosa è caduto nel buco nero nel passato; in altre parole, l’informazione relativa alla materia o energia assorbita dalla singolarità non si conserva, violando così una serie di teoremi della conservazione sia classici che quantistici.

A trovare una delle molte possibili soluzioni proposte dai fisici al paradosso fu lo stesso Hawking, che ammise nel contempo di essersi sbagliato e che l’informazione è in grado di “sfuggire” al buco nero: pagò la scommessa regalando a Preskill un’enciclopedia del baseball, “dalla quale è possibile estrarre informazioni a volontà”.

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