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Venerdì 11 agosto 2017 - 11:38

Alta tensione tra la Corea del Nord e gli Usa: gli scenari, dalla guerra ai negoziati

Trump alza i toni. Gli esperti considerano improbabile un conflitto armato ora
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Roma, 11 ago. (askanews) – Quale sarà lo sbocco finale della surriscaldata crisi nordcoreana, che sta tenendo col fiato sospeso il mondo in un crescendo di dichiarazioni bellicose da parte del presidente Usa Donald Trump e del regime di Pyongyang? Gli analisti s’interrogano sui possibili scenari, mentre i protagonisti continuano a lanciare minacce reciproche. Ieri Trump non solo ha ribadito la promessa di far piovere “fuoco e ira” su Pyongyang, ma ha rincarato la dose, mentre oggi un editoriale del quotidiano ufficiale nordcoreano Rodong sinmun avverte che gli Usa “pagheranno a caro prezzo le sanzioni e le provocazioni” contro la Corea del Nord.

Sono tre i possibili scenari che si prospettano: quello peggiore, cioè un conflitto armato; il secondo vede Pyongyang cedere a eventuali pressioni cinesi e alle sanzioni economiche; il terzo prospetta un ritorno al tavolo delle trattative ormai impolverato da almeno otto anni di mancato utilizzo.

1. Guerra

Gli esperti continuano a vedere come improbabile, almeno per il momento, un intervento militare in Corea del Nord, quanto meno su vasta scala.

L’analista Ely Rather del Consiglio per le relazioni estere ha definito “irresponsabile” il linguaggio usato da Trump, ma non ritiene che “siamo sull’orlo di una guerra nucleare”. A suo dire “ci sono pochissime indicazioni che quanto il presidente ha detto rifletta un’attuale decisione politica con la Casa bianca che lancia una guerra preventiva”.

Ciononostante, il Pentagono da tempo ha preparato piani per un potenziale conflitto con la Corea del Nord, che vanno dall’attacco chirurgico sui siti nucleari e missilistici, alla decapitazione del potere o al tentativo di suscitare una rivolta popolare per ottenere un cambio di regime.

Trump ha chiarito che l’arsenale militare Usa è più potente che mai, ma il suo segretario alla Difesa Jim Mattis, pur avendo detto che la Corea del Nord si “sopravvaluta grossolanamente”, ha comunque commentato che una guerra sarebbe “catastrofica”.

La Corea del Nord ha un milione di soldati e ci sono incertezze e dubbi sulle sue reali capacità nucleari e balistiche. I test atomici e missilistici effettuati hanno convinto gli esperti che Pyongyang abbia fatto notevoli passi in avanti, ma questo non vuol dire che sia in grado di portare a bersaglio armi strategiche.

Gli Stati uniti hanno 28.500 soldati in Corea del Sud, a soli 55 km dal confine con la Corea del Nord, per non contare i 40mila uomini a Okinawa, Giappone, e i circa 4mila nelle basi aerea e navale di Guam, l’isola controllata dagli Usa nel Pacifico minacciata nei giorni scorsi dal regime di Kim.

Seoul, la capitale della Corea del Sud è una metropoli con oltre 10 milioni di abitanti, è a tiro di mortaio dalla Corea del Nord e un attacco nordcoreano rischierebbe di comportare un pesante bilancio di morti civili. Ammesso che la Corea del Nord, che rivendica il ruolo di unico rappresentante del popolo coreano, voglia attaccare il Sud e non il più lontano Giappone, ex potenza coloniale e abituale obiettivo dei suoi attacchi verbali.

Alcuni degli analisti più influenti, comunque, esorcizzano la prospettiva d’un conflitto. “Kim Jong Un non è un idiota”, spiega Joe Bermudez al sito 38 North dell’US-Korea Institute presso la Johns Hopkins University, notando che il giovane leader ancora non ha dato ordini di mobilitazione nazionale i quali impatterebbero sui raccolti e sulla produzione industriale. “E’ improbabile – ha continuato – che mobiliti la nazione in questo momento”.

2. Cina e sanzioni

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu nel weekend scorso ha approvato un nuovo set di sanzioni economiche contro Pyongyang per disincentivare il suo programma di armamento. I provvedimenti comprendono il divieto di export per il carbone, il ferro, ma anche alcuni prodotti alimentari come il pesce.

La risoluzione è stata approvata all’unanimità, quindi anche con il consenso della Cina, alleato storico di Pyongyang e partner commerciale quasi totalizzante della Corea del Nord. Tuttavia, Pechino è stata accusata di non aver applicato in maniera troppo seria finora le sanzioni, anche perché teme un crollo del regime nordcoreano. Per quanto la Cina sia in freddo con la Corea del Nord, tuttavia, per Pechino sarebbe una jattura avere un conflitto alle porte di casa con la prospettiva di vedere l’area d’influenza statunitense estendersi fino al confine del fiume Yalu.

Trump ha più volte invocato la Cina affinché eserciti la sua capacità di pressione su Pyongyang, ma Pechino ha respinto queste sollecitazioni, pur mandando messaggi anche a Kim Jong Un. Oggi, in un editoriale su uno dei giornali di stato, il Global Times, Pechino ha chiarito che non interverrà al fianco della Corea del Nord, alla quale è legata da un trattato di difesa comune, se questa lancerà un attacco contro gli Stati uniti. Viceversa, però, ha anche avvertito che non consentirà tentativi americani di rovesciare il regime di Kim.

Ratner sostiene che il pallino della questione nordcoreana è proprio nelle mani della Cina, la quale a suo dire oggi è “probabilmente più propensa a procedere di quanto non sia stata in passato”. Tuttavia Pyongyang ha spesso dimostrato di essere capace di giocare partite proprie, anche ignorando il consiglio del fratello maggiore cinese.

3. Ritorno ai negoziati

Il sospetto -è avanzato da fonti dell’intelligence Usa e giapponesi – la Corea del Nord abbia ormai ottenuto la tecnologia per miniaturizzare ordigni atomici e montarli su testate missilistiche fa ritenere agli esperti che il tempo per un’azione militare sia ormai passato. “Non c’è margine che per la diplomazia”, ha commentato Jeffrey Lewis, esperto di controllo delle armi dell’Istituto per gli studi internazionali Middlebury. “La finestra per attaccarli o convincerli a non sviluppare le armi – ha continuato – è chiusa”.

Potrebbe essere questa la considerazione che ha portato Mattis a parlare di possibili progressi diplomatici, senza specificare quali. Inoltre il segretario di stato Usa Rex Tillerson, che in questi giorni sta facendo spesso la parte del “poliziotto buono”, mentre Trump fa quello “cattivo”, ha più volte auspicato che venga battuta questa strada.

Negoziati con Pyongyang vi sono stati più volte, a partire da quelli che fruttarono nel 1994 a una “cornice concordata (“Agreed Framework”) tra l’amministrazione Clinton e il padre di Jong Un, Kim Jong Il. Quell’accordo che doveva fermare il programma nucleare nordcoreano in cambio di concessioni importanti da Usa e alleati, si arenò perché il Congresso Usa era in mano ai repubblicani e quindi non si poté fare un formale accordo ma solo una specie di accordo tra gentiluomini. Insomma, fallì inesorabilmente.

Poi la stessa Cina si è fatta promotrice di un’iniziativa a sei – Cina, Russia, Giappone, Stati uniti e le due Coree – che però si è fermata nel nulla nel 2009. Ogni tentativo di ravvivarla – che è la posizione cinese – si è scontrato con i veti incrociati: Washington vuole dei passi tangibili di Pyongyang verso l’abbandono del programma nucleare, Pyongyang vuole negoziati senza precondizioni.

Il giovane leader Kim Jong Un ha posto la sua base negoziale in questi termini: la Corea del Nord non rinuncerà mai ai suoi programmi d’armamento se gli Stati uniti non deporranno la loro “politica ostile” nei suoi confronti. Cosa voglia indicare questa formula non è esplicitato. Ma potrebbe trattarsi, in fondo, della stessa richiesta che faceva il padre: un formale trattato di pace e di non aggressione.

(con fonte afp)

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