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Giovedì 20 ottobre 2016 - 16:42

Cosa accade se Trump non accetta sconfitta? Nulla, oppure il caos

Minaccia non ha peso legale, ma si scatenano dibattito e timori
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Roma, 20 ott. (askanews) – La minaccia di Donald Trump di non riconoscere il risultato delle elezioni, ovvero la sua probabile sconfitta alle presidenziali americane dell’8 novembre, sta scatenando un dibattito nazionale sulle conseguenze di un tale gesto. “Cosa accadrebbe?” si chiedono media, blog, social network. E se la risposta dal punto di vista legale è “non succederebbe niente”, la dichiarazione di Trump secondo molti lancia l’America stessa, più che il suo sistema elettorale, in terra sconosciuta e pericolosa.

Il discorso di riconoscimento della sconfitta da parte del candidato che non ha raccolto abbastanza Stati da avere la maggioranza dei grandi elettori (270) che poi eleggono il presidente è da sempre considerato un fondamento della democrazia americana. E da 240 anni gli sconfitti lo “concedono”. Alla domanda su come si comporterà lui, il magnate che corre per i repubblicani ha risposto che lo dirà “a tempo debito. Vi terrò in suspence”. Abbastanza da galvanizzare i suoi più fedeli sostenitori, come quelli che da giorni raccontano di piani già pronti per fare votare gli immigrati illegali e che temono che i democratici abbiano già preparato urne piene di finti voti per Clinton, da piazzare al posto di quelle vere al momento giusto, oppure che stiano pagando le minoranze etniche per andare a votare l’8 novembre.

Qualcuno, come tale Dan Bowman, professione contractor, ha detto al Boston Globe di sperare di potere lanciare “un golpe” se vince l’ex first lady: “Ci sarà una rivoluzione e li faremo uscire dai loro uffici”. Per ora Trump non parla di violenza, ma dopo le elezioni potrebbe cambiare idea. Qualcuno si chiede cosa ne sarebbe di una società già così polarizzata se The Donald si ergesse dopo la sconfitta a leader alternativo per i suoi elettori più convinti.

Dall’altra parte della barricata, tra i democratici e anche i sostenitori degli indipendenti che comunque non voteranno per Clinton, la minaccia di Trump è davvero pericolosa: “maniaco egocentrico e anti-patriottico”, “pazzo”, “antiamericano” sono frequenti commenti.

Dal punto di vista pratico, in realtà, “Concedere” la vittoria allo sfidante non ha valore legale, si tratta infatti di una formalità, per quanto essenziale alla natura democratica del processo elettorale per la Casa Bianca.

La questione potrebbe complicarsi se Hillary Cliton vincesse con uno strettissimo margine in uno Stato chiave, cosa che il miliardario potrebbe impugnare per chiedere un nuovo conteggio e comunque ritardare la dichiarazione della vittoria della rivale. Se il vantaggio della Clinton sarà ampio, i singoli Stati procederanno con la normale agenda elettorale: tocca a loro infatti assegnare i voti per il collegio elettorale che si riunirà il 19 dicembre per “certificare” il voto popolare e ufficializzare l’elezione del nuovo presidente e del suo vice. Dal punto di vista procedurale, la prima persona a dichiarare Clinton il nuovo capo della Casa Bianca sarà il presidente del Senato, ovvero il vicepresidente uscente Joe Biden, un democratico. Impensabile che un gruppo consistente di repubblicani in Senato si lancino nell’improbabile avventura di non ratificare i risultati del collegio elettorale a favore dell’improbabile candidato Trump.

Sui social network molti chiedono (alla Cnn in particolare, che ha lanciato subito l’argomento) di non paragonare la “riluttanza” di Trump al ritardo del riconoscimento della vittoria di George W. Bush contro Al Gore nel 2000: la suspence allora c’era davvero, perchè il risultato della Florida, decisivo, si giocava sul filo del rasoio. Gore tra l’altro aveva vinto in termini di voto popolare e alla fine, fanno notare vari tweet, il suo discorso di riconoscimento della vittoria del rivale americano fu davvero netta e senza alcun indugio, proprio per cancellare ogni pericolo che la sfida legale potesse nuocere alla democrazia americana.

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