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Martedì 18 ottobre 2016 - 11:44

Addestramento, protezione, soccorsi: cosa fanno i militari italiani in Iraq

Italia impegnata in due operazioni, una con la Coalizione anti-Isis e l'altra per diga Mosul
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Roma, 18 ott. (askanews) – Un intervento italiano nell’operazione per la conquista di Mosul “non è previsto” in alcun modo e il personale militare presente in Iraq, nell’ambito della coalizione internazionale in lotta contro l’Isis, si occuperà solo dell’addestramento delle forze locali e – in caso di necessità – del recupero degli alleati feriti o in imminente situazione di pericolo. L’intera operazione per la riconquista della città del Nord dell’Iraq è nelle mani delle forze armate curde e irachene, per un totale di circa 35.000 uomini, con il supporto “logistico” di Stati uniti, Francia e Turchia. Lo precisano fonti qualificate nelle ore in entra nel vivo l’operazione per strappare allo Stato islamico la città di Mosul.

L’Italia è attualmente impegnata in Iraq in due operazioni distinte, quella denominata “Prima Parthica” nell’ambito della coalizione internazionale a guida Usa in funzione anti-Isis, e quella per la protezione della diga di Mosul, chiamata “Praesidium”.

PRIMA PARTHICA

L’operazione “Prima Parthica” in Iraq è in corso dall’inizio del 2015. L’Italia partecipa complessivamente con circa 950 uomini che si occupano, prioritariamente, dell’addestramento delle forze locali: a Baghdad, con i Carabinieri inquadrati nella Police Advanced Training; ad Erbil, nel Kurdistan Training Coordination Center (Ktcc), a guida italiana dall’8 giugno fino a dicembre 2016. Al Ktcc contribuiscono nove nazioni, con propri addestratori: oltre all’Italia, Germania, Regno Unito, Ungheria, Norvegia, Finlandia, Olanda, Slovenia e Svezia. La scorsa settimana gli italiani del Kurdistan Training Coordination Center (Ktcc) hanno completato l’addestramento di 1.100 soldati dei due battaglioni della Prima e Seconda Brigata dei Peshmerga. Il numero di soldati addestrati dagli istruttori del Ktcc è di oltre 12.500: tra questi, 5.800 sono stati direttamente formati dai trainer italiani.

Nell’ambito dell’operazione “Prima Parthica”, circa 130 militari italiani – elicotteristi, fucilieri, meccanici, addetti alla logistica – si occupano della missione “Personal recovery”, con base a Erbil. Le regole di ingaggio prevedono l’obbligo per i nostri militari di recuperare i soldati della coalizione rimasti feriti o coinvolti in una situazione di grave e imminente pericolo. Una missione che potrebbe diventare necessaria durante le operazioni per Mosul. “Sono ovviamente sottoposti a rischi e per questa ragione hanno dotazioni che consentono loro di rispondere in caso di attacco”, hanno notare fonti qualificate. L’operazione avviene tramite quattro Nh-90 dell’Esercito. La protezione è garantita dagli elicotteri d’attacco A-129 Mangusta.

Alla base di Ahmed al Jaber, nel Sud del Kuwait, sono di stanza inoltre quattro aerei Tornado e un Boeing KC-767 tanker per il rifornimento in volo. Dal Nord del Paese, dove si trova l’aeroporto di Ali al Salem, partono invece due Predator per attività di ricognizione e raccolta informazioni.

PRAESIDIUM

L’operazione “Praesidium” è stata predisposta a seguito dell’aggiudicazione dei lavori di messa in sicurezza della diga di Mosul da parte della ditta italiana Trevi. Il governo ha deciso di schierare una Task Force di circa 500 uomini a protezione della diga e del personale della ditta italiana. Non si tratta, dunque, di una missione di combattimento. Il contributo italiano avviene in accordo con le autorità irachene. La protezione dell’area più esterna alla diga è demandata alle forze locali.

I primi uomini della Task Force Praesidium sono arrivati nell’area della diga, che sorge a circa 20-30 chilometri dalla città, nell’aprile del 2016 per compiere ricognizioni ed attività tecnico-logistiche. L’immissione del contingente si concluderà entro ottobre, periodo in cui dovrebbe raggiungere la sua capacità massima. In questa fase è previsto anche l’inizio dei lavori da parte della ditta italiana incaricata di effettuare l’intervento tecnico. Attualmente i militari italiani presenti sono poco più di 300.

La diga è considerata una infrastruttura di rilievo strategico per l’Iraq, rifornendo acqua a centinaia di migliaia di persone che abitano nelle regioni circostanti. Un suo cedimento, un sabotaggio o un attacco terroristico potrebbero provocare una catastrofe, causare un enorme danno ambientale e compromettere lo sviluppo e l’economia di tutta l’area.

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