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Sabato 30 luglio 2016 - 07:08

Studiosi italiani: Asmara un gioiello,merita riconoscimento Unesco

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Roma, 29 lug. (askanews) – Asmara è “un gioiello” che meriterebbe di essere riconosciuto patrimonio Unesco e Adulis, il porto dell’antico regno di Axum, può essere considerata la Pompei africana. E’ entusiasta l’architetta Susanna Bortolotto, del Politecnico di Milano, quando parla del suo lavoro in Eritrea, da dove è appena tornata dopo aver partecipato alla conferenza internazionale sugli studi eritrei. Da anni Bortolotto è impegnata al fianco dei colleghi Alfredo Castiglioni, Caterina Giostra, Serena Massa e Andrea Manzo (Centro Ricerche sul deserto orientale, Università cattolica di Milano e Orientale di Napoli) nella missione volta a riportare alla luce Adulis, l’antica città sul Mar Rosso, crocevia tra Oriente, Africa e Mediterraneo nei primi secoli dopo Cristo, per poi farne un parco archeologico; ma ugualmente da anni sta anche studiando la capitale eritrea, “qualcosa di meraviglioso, un unicum”.

Bortolotto è solo uno dei tanti studiosi italiani che la scorsa settimana si sono ritrovati ad Asmara per presentare il proprio lavoro alla conferenza organizzata dal governo eritreo in collaborazione con l’ufficio locale del Programma Onu per lo sviluppo (Undp). Un’occasione che ha offerto alle stesse università italiane di “fare rete”, perché “spesso non sappiamo del lavoro dei nostri colleghi”, ha spiegato Bortolotto ad askanews. Di fatto è dal 2011 che i ricercatori italiani sono impegnati nella missione di Adulis, e “i nostri studi vanno dallo scavo archeologico, alla messa in sicurezza degli edifici, ma anche al racconto virtuale con modelli in 3D dei siti. E il Politecnico è stato chiamato per mettere a punto un progetto per il parco archeologico, che sarebbe il primo dell’Africa subsahariana”, ha raccontato la studiosa.

Nella sua presentazione al convegno di Asmara, il professor Castiglioni ha spiegato che il Centro ricerche sul deserto orientale ha iniziato a operare ad Adulis “su invito del governo eritreo, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio culturale dell’Eritrea per sostenere lo sviluppo turistico ed economico del Paese”, uno dei più poveri al mondo, offrendo anche “opportunità di formazione ai giovani archeologi, restauratori e tecnici eritrei” e “studiando le tradizionali tecniche di coltivazione e irrigazione nelle zone semi-aride, in modo da aumentare la conoscenza di soluzioni sostenibili per il futuro”. In effetti, ha spiegato Bortolotti, “Adulis è una sorta di isola fluviale che si trova alla confluenza di tre fiumi torrentizi, con l’acqua che arriva con le piogge estive e gli axumiti che avevano già capito come regolamentare l’acqua, grazie alle dighe. Avevano degli sbarramenti, come a Marib per la regina di Saba (nello Yemen) e a Qohaito, in Eritrea, con la diga di Saphira”.

Per gli studiosi italiani Adulis può essere considerata una sorta di Pompei africana, perché è rimasta sepolta per secoli prima di essere riportata alla luce, e perché sono stati rinvenuti manufatti ed edifici di grande ricchezza, a testimoniare il periodo di splendore intercorso tra il I e il VII secolo dopo Cristo. “I resti risalgono al II secolo AC e la città scomparve nel VII secolo DC per una serie di fattori concomitanti: l’arrivo degli arabi, la poca manutenzione delle dighe, che in un particolare momento della piena ha fatto sì che non abbiano tenuto e che il limo e le terre venute giù con l’acqua abbiano seppellito la città, forse in occasione di un’alluvione, e forse anche per un sisma, perché si tratta di una zona sismica – ha spiegatoL’architetta del Politecnico – nel sito è stato trovato vasellame con monete d’oro, come se fossero state abbondate a seguito di una fuga veloce, a indicare, come a Pompei, uno stato emergenziale”. Ma sono state rinvenute anche croci d’oro, statuine Gupta (dall’India), monete di oro, argento e rame, perché gli axumiti battevano moneta, e degli edifici spettacolari. Ci sono due chiese su cui stiamo facendo scavi e che stiamo retrodatando al IV secolo AC”. Insomma, “stiamo facendo scoperte interessanti”.

Al momento la missione è finanziata dal governo eritreo, dal Centro ricerche sul deserto orientale, dalle Università, dal ministero degli Esteri italiano, e dall’impresa italiana Piccini. Bortolotto non nega che servirebbero maggiori finanziamenti, riconoscendo il ruolo “essenziale” svolto dallo sponsor privato, così come dall’Ambasciata italiana che si sta prodigando per “fare rete anche tra ricercatori e imprese e trovare altri sponsor”. Anche in vista di un possibile coinvolgimento degli stessi studiosi italiani ad Asmara, che con il suo patrimonio architettonico modernista e futurista del periodo coloniale italiano è stata ufficialmente candidata a diventare patrimonio Unesco il 1 febbraio scorso. Con i suoi cinema razionalisti, le stazioni di servizio futuriste, le ville e i caffè rimasti intatti, “Asmara è un gioiello”. Se è vero che ha bisogno di manutenzione, “il mancato intervento può essere letto in modo positivo, perché ha significato, ad esempio, che i serramenti non venissero sostituiti con quelli in metallo, che gli edifici non sono stati tinteggiati con tinte viniliche. E poi non ci sono edifici alti più di due piani. grande merito degli eritrei”.

Insomma, per l’architetta Bortolotto “Asmara è un unicum e io spererei che nell’estate del 2017 la comunità internazionale la riconosca come sito Unesco perché se lo merita”. E’ vero che spesso essere riconosciuto sito Unesco può essere “un boomerang, perché arrivano gli alberghi a 5 stelle, le agenzie internazionali e spesso gli addetti ai lavori locali vengono sopraffatti da queste logiche, ma credo che gli eritrei sarebbero in grado di gestire la situazione”.

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