giovedì 08 dicembre | 05:29
pubblicato il 30/set/2014 09:50

Rapporto Cnel, la poverta' aumenta anche tra chi ha lavoro

(ASCA) - Roma, 30 set 2014 - I costi sociali dell'aggiustamento dei conti pubblici nei paesi periferici dell'area euro si stanno rivelando molto elevati. E' quanto rileva il Cnel nel rapporto sul mercato del lavoro sottolineando che ''l'arretramento nel potere d'acquisto dei redditi medi delle famiglie in corso in diversi paesi sta conducendo a radicali mutamenti nei comportamenti di spesa''. Anche in Italia le famiglie hanno modificato strutturalmente i propri comportamenti di consumo. ''Ampie fasce della popolazione stanno subendo un arretramento del proprio stile di vita. Sta aumentando la parte della popolazione che sperimenta condizioni di poverta'''. Se tradizionalmente le difficolta' erano associate prevalentemente allo stato di disoccupato, ''adesso anche fra gli occupati sono frequenti i casi di privazione materiale derivanti da condizioni di sottoccupazione o di precarieta' del lavoro''. Il rischio di essere un working poor e' cresciuto durante la crisi soprattutto per alcune categorie di lavoratori (i meno qualificati, con bassi livelli di istruzione e occupati in settori a bassi salari). Tuttavia anche quei gruppi che tradizionalmente ne erano esenti (lavoratori autonomi con dipendenti e i piu' istruiti) sono stati investiti dal generale impoverimento. Anche il rischio di poverta' di nuclei familiari con alcuni membri che lavorano (la cosiddetta inwork poverty) e' aumentato con la crisi. In particolare - rileva il rapporto - ad essere maggiormente esposti al rischio di poverta' sono quelle famiglie in cui il lavoratore a bassa remunerazione e' il principale se non addirittura l'unico percettore di reddito. SCOGLIO DISOCCUPAZIONE - Prospettive preoccupanti per il mercato del lavoro in Italia nei prossimi anni. Lo scenario tratteggiato dal Cnel nel Rapporto sul mercato del lavoro 2013-2014 lascia poco spazio all'ottimismo. Ridurre quel 12,3% di tasso di disoccupazione sara' impresa ardua. ''L'ipotesi di una discesa del tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi, intorno al 7%, sembra irrealizzabile perche' richiederebbe la creazione da qui al 2020 di quasi 2 milioni di posti di lavoro''. In pratica l'occupazione dovrebbe aumentare dell'1,1% medio annuo. ''Un simile incremento - scrive il Cnel - potrebbe essere conseguito soltanto se si manifestasse una forte discontinuita' nella crescita dell'economia italiana''. Piu' realistico un secondo scenario. Il Cnel stima che al 2020 un aumento dell'offerta di lavoro di circa 660mila persone e anche se si tratta di un incremento ''non eccessivo'' e' ''necessaria'' una sufficiente domanda affinche' non si traduca ''in un aumento ulteriore della disoccupazione''. Nello scenario conservativo del Cnel si ipotizza di assorbire tutto l'incremento dell'offerta di lavoro'' cosi' da mantenere il tasso di disoccupazione al 12,3%. ''Si tratta di un obiettivo minimo'', sarebbe sufficiente creare 582mila posti di lavoro entro il 2020, un +0,4% in media all'anno, ''un tasso di crescita che non appare eccessivamente elevato e dunque plausibile in uno scenario di interruzione della recessione''. Uno scenario intermedio prevede un tasso di disoccupati al 10%, una tendenza in linea con il Def di aprile. Per il Cnel si tratta comunque di un obiettivo che richiede ''uno sforzo notevole'' in quanto comporterebbe la creazione di 1,2 milioni di posti di lavoro entro il 2020. ''Date le tendenze in corso - si legge nel rapporto - tale esito sembra descrivere un'ipotesi ottimista''. RECESSIONE E RIFORMA FORNERO, MIX ESPLOSIVO - La lunga recessione e gli effetti della riforma delle pensioni targata Fornero rappresentano una miscela esplosiva per i giovani. ''Un mix eccezionalmente sfavorevole per i piu' giovani'' si legge nel rapporto del Cnel. ''La situazione dei giovani in Italia continua ad essere drammatica'' afferma il rapporto, bassi tassi di occupazione, alti livelli di precariato, perdita di fiducia, predisposizione alla fuga dall'Italia. Un periodo ''davvero'' delicato per i giovani. I numeri sono impietosi. Tra il 2007 e il 2013 la quota di under 30 sul totale degli occupati e' scesa dal 16,6% al 12,3%, mentre la quota degli over 55 e' passata dall'11,9% al 16,2%. Il tasso di occupazione dei giovani e' sceso dal 39,9% del 2008 al 29,4% del 2013 mentre l'incidenza dei disoccupati e' aumentata dal 7,1% al 12,3% con un tasso di disoccupazione giovanile praticamente raddoppiato. Al tempo stesso aumenta la quota dei disoccupati di lunga durata (quelli in cerca di lavoro da almeno 12 mesi). Ormai sono il 53,3%. L'ESERCITO DEGLI SCORAGGIATI - E' un esercito che ha superato i 3 milioni. Sono gli ''scoraggiati'', le persone che hanno smesso di cercare lavoro. Dal rapporto Cnel emerge che l'anno scorso gli scoraggiati hanno raggiunto quota 3,1 milioni, 457mila in piu' rispetto al 2008. Solo nel 2013 il numero degli scoraggiati e' aumentato di 115mila unita'. ''Questo insieme di persone - scrive il rapporto del Cnel - costituisce insieme ai disoccupati, l'ampio bacino della 'disoccupazione allargata', che attesta il proseguire del deterioramento delle opportunita' occupazionali, con la conseguente retrocessione di parte della popolazione alla condizione di inattivita'''. Nel 2013 e' cresciuta in modo sostenuto sia la disoccupazione sia lo scoramento, ''a differenza degli anni precedenti'' in cui gli andamenti dei due aggregati tendevano a compensarsi. ITALIA PIU' ''FLESSIBILE'' DELLA GERMANIA - In Italia e' piu' facile licenziare che in Germania, ma anche in Francia e Olanda il grado di protezione del lavoro e' superiore alla Penisola. E' quanto emerge dal rapporto del Cnel sul mercato del lavoro 2013-2014 nel quale si illustra l'evoluzione della normativa sul lavoro negli ultimi 20 anni. Alla fine degli anni Novanta l'economia italiana si caratterizzava per una regolamentazione piu' rigida dei rapporti di lavoro anche rispetto ai principali paesi europei. ''Da allora pero' la situazione del mercato del lavoro italiano e' cambiata - scrive il Cnel - e il nostro Paese ha guadagnato un certo grado di flessibilita'. Nei ranking dell'Ocse il grado di protezione dei rapporti di lavoro in Italia nel 2013 risultava inferiore a quello francese, e prossimo ai livelli riscontrati in Germania e Spagna. ''Considerando congiuntamente il grado di protezione fornito nel caso dei licenziamenti individuali e collettivi, attualmente l'Italia risulta essere addirittura piu' flessibile della Germania, al cui modello la riforma Fornero si era all'epoca ispirata; anzi, il sistema tedesco risulta ora in cima alla classifica dell'Ocse seguito da Belgio, Olanda, Francia e poi dall'Italia. La riduzione della rigidita' regolamentare avutasi tra la fine degli anni Novanta e il 2008 (anno in cui si e' avuto un aggiornamento degli indici di protezione dell'impiego) e' da ascrivere principalmente alla deregolamentazione relativa ai rapporti di lavoro di natura temporanea, il cui indice si e' abbassato di oltre un punto e mezzo, passando da un valore di 3.63 a 2.00, inferiore a quello di paesi come Francia e Spagna, anche se ancora superiore rispetto a quello della Germania (1.00). ''Cio' e' avvenuto grazie alle riforme introdotte in Italia, a partire dal pacchetto Treu del 1997 e poi dalla legge Biagi del 2003, che hanno previsto nuove e piu' flessibili forme di impiego (come ad esempio il lavoro interinale) o una agevolazione nel ricorso a quelle gia' esistenti''. A fronte della riduzione dell'indicatore di protezione dei lavoratori a termine, nessun cambiamento ha invece interessato in quel periodo gli altri due indicatori, ovvero la regolamentazione relativa ai licenziamenti collettivi (per i quali il valore dell'indicatore e' rimasto invariato al 4.13 nel 2008) e il grado di protezione dei lavoratori permanenti contro il rischio di licenziamento individuale (con indicatore stabile a 2.76). Poi pero' con la riforma Fornero il quadro e' cambiato. Il rapporto del Cnel inoltre rileva che la riduzione di rigidita' per i licenziamenti e' un fenomeno che sta caratterizzando anche gli altri paesi periferici come Spagna, Grecia e Portogallo, in particolare facilitando quelli individuali eliminando il reintegro a beneficio dell'indennizzo. Altri elementi legati al licenziamento individuale sono invece rimasti invariati, ad esempio la durata del periodo di prova, che in Italia e' relativamente bassa e che contribuisce a rendere rigido questo tipo di rapporto; o l'ammontare dell'indennizzo in caso di licenziamento illegittimo. L'aggiustamento al ribasso e' poi dovuto alle modifiche sulla disciplina dei licenziamenti collettivi, dal momento che la riforma e' intervenuta riducendo in questi casi gli obblighi di notifica alle parti sociali (l'indice calcolato dall'Ocse e' cosi' passato da 4.1 a 3.8 negli ultimi 5 anni). Nello stesso tempo la riduzione della rigidita' regolamentare dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e' stata pero' compensata nel nostro Paese da un aumento degli oneri procedurali per i licenziamenti individuali, in quanto e' stata resa sostanzialmente piu' complicata la procedura di notifica del licenziamento stesso. did/dsk

TAG CORRELATI
Gli articoli più letti
Mps
Mps: Vigilanza Bce studia proroga fino a 31 gennaio
Banche
I 5 requisiti necessari a un eventuale "salva banche" con l'Esm
Banche
Ue multa Agricole, Hsbc e JPMorgan su cartello Euribor: 485 mln
L.Bilancio
L.Bilancio: Senato approva fiducia con 173 sì
Altre sezioni
Salute e Benessere
Robot indossabile ridà capacità di presa a persone quadriplegiche
Enogastronomia
Domenica 11 dicembre Cantine aperte a Natale
Turismo
Con Volagratis Capodanno low cost da Parigi al Mar Rosso
Lifestyle
Giochi, Agimeg: nel 2016 raccolta supera i 94 miliardi (+7,3%)
Moda
Per Herno nuovo flagship store a Seoul
Sostenibilità
Roma, domani al via la terza "Isola della sostenibilità"
Efficienza energetica
Natale 2016, focus risparmio energetico e trionfo regalo Hi-tech
Scienza e Innovazione
Ricerca, da 2018 l'ERC tornerà a finanziare team multidisciplinari
Motori
Nuova Leon Cupra, più potenza e migliori prestazioni