sabato 10 dicembre | 10:26
pubblicato il 29/gen/2014 17:12

Privatizzazioni: su Poste aperto il ''cantiere'' Borsa (Il Ghirlandaio)

Privatizzazioni: su Poste aperto il ''cantiere'' Borsa (Il Ghirlandaio)

(ASCA)- Roma, 29 gen 2014 - Ci sono state due storie di vero successo, solo due, negli ultimi vent'anni delle imprese pubbliche italiane: quella delle Ferrovie, con l'alta velocita', e quella delle Poste, col Bancoposta e con Poste Vita. Accomunate da un'idea, banale eppure non perseguita in vari altri casi, primo fra tutti quello delle telecomunicazioni: la valorizzazione di reti straordinariamente capillari, costruite nei decenni dalla fine della Seconda Guerra mondiale in poi con i soldi dei contribuenti, cioe' spesso ripianando forti perdite d'esercizio nel corso degli anni, che derivavano pero' da altrettanto forti investimenti. E' l'analisi del Ghirlandaio sul processo di privatizzazione di Poste Italiane.

La rete ferroviaria - prosegue Il Ghirlandaio -, che ha richiesto un radicale rinnovamento in funzione dell'alta velocita' ma certo in buona parte preesisteva, e la rete dei 14 mila sportelli postali, presenti praticamente ovunque, a rappresentare plasticamente 'la cosa pubblica', accanto alla sezione dei carabinieri e alla parrocchia sono stati i presupposti di questi due successi italiani...

Ebbene, tra i due il caso delle Poste e' veramente da manuale perche', grazie alla 'scossa' data al vecchio moloch parastatale che il gruppo era a fine anni Novanta dal ministro Ciampi e all'ottima gestione fattane da Corrado Passera, sul ceppo originario del servizio postale si e' creato moltissimo valore. Quindi mentre le Ferrovie italiane hanno stupito tutti dimostrando di sapersi finalmente adeguare agli standard dell'alta velocita' internazionale, le Poste hanno innovato profondamente, diventando un modello anche per molti gruppi stranieri.

Il servizio postale nudo e crudo e' stato svecchiato e un po' migliorato con l'introduzione di qualche idea semplice ma efficace come la famosa ''posta prioritaria'' (geniale intuizione di marketing con cui delle normalissime lettere capaci di viaggiare in 48 ore come accade regolarmente ovunque nel mondo sono state fatte pagare di piu'!). E gli si e' affiancato la ''banca del popolo'', appunto il Bancoposta; e Poste Vita, una compagnia assicurativa con poche, semplici polizze che pero' ha di anno in anno scalato tutte le classifiche, senza mai tradire le modeste promesse che faceva ai risparmiatori, superando tutta la concorrenza, Assicurazioni Generali comprese.

Ebbene, oggi e' questo valore creato che viene ''spesato'' in Borsa attraverso il collocamento annunciato dal governo Letta. Con due importanti correttivi, peraltro gia' visti nella grande (e discutibile) stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta, rispetto a un ''normale'' collocamento in Borsa: un forte azionariato dei dipendenti e una polverizzazione del collocamento presso i privati. E con una conferma: il controllo assoluto saldamente nelle mani dello Stato (saldamente per modo di dire, perche' e' chiaro che in futuro non ci sara' ragione di controllare il 60% del capitale, ma bastera' il 30,1% e quindi si vendera' ancora).

Peraltro, l'Italia si allinea cosi' alle scelte fatte da vari altri Paesi europei, compresa - ultima in ordine di tempo - la Gran Bretagna, Con il collocamento di Poste Italiane, oggi interamente controllata dallo Stato, il governo replica infatti il modello di altre privatizzazioni dei servizi postali a livello europeo. Ultima in ordine di tempo e' stata Royal Mail, le poste britanniche, che ha permesso al governo britannico di incassare 3 miliardi di sterline dalla cessione di una quota del 33%. Deutsche Post, le poste tedesche, risultano invece quotate dal lontano 2000 con quota detenuta dallo stato progressivamente scesa fino al 21% attuale e una capitalizzazione di mercato di oltre 31 miliardi di euro.

Da quel poco che trapela dal ministero - che e' poi tutto quanto gia' deciso, ovvero solo il quadro di massima dell'operazione - si sa che si trattera' di un'Offerta pubblica di vendita, rivolta per il 50-60% agli investitori istituzionali, una fetta fino al 5% delle azioni in collocamento riservata ai dipendenti (con forte sconto se non a zero) e la restante parte al pubblico retail, stimolato anche da un ''lotto minimo'' molto piccolo, da 500 euro di valore.

Diciamo subito che l'operazione si e' gia' attirata qualche bordata critica. La piu' ricorrente: ''Non e' una vera privatizzazione perche' tanto lo Stato continuera' a comandare da solo''. Annotazione in parte vera, ma in parte no, se si misura l'effetto virtuoso che ha avuto sui colossi Eni ed Enel l'ingresso in forze degli investitori istituzionali stranieri. Ora, in quelle gestioni, e' molto piu' difficile sgarrare.

Altra critica: l'azionariato dei dipendenti sara' ''fumo negli occhi'', puro populismo per compiacere la Cisl, che ha da sempre fortissimo ascendente sulle Poste (e tuttora ne esprime il presidente, Ialongo). Forse e' vero, ma meglio un po'di azionariato ai dipendenti - embrione della cogestione alla tedesca - che niente! Terza critica: oggi le Poste svolgono una funzione-chiave per la quale percepiscono un provento di circa 1,6 miliardi di euro l'anno, cioe' la raccolta del risparmio (''postale'', appunto) per conto della Cassa Depositi e Prestiti, che in teoria potrebbe essere anche fatta attraverso le banche ordinarie. A regolare il rapporto tra la Cassa e le Poste c'e' una concessione, in scadenza. Prima della privatizzazione andra' rinnovata, e allungata a cinque anni. Prima, pero': perche' se oggi, tra due enti statali, si puo' anche escludere la concessione dall'ordinamento normale, che imporrebbe una gara europea.

Domani, con le Poste in Borsa, sarebbe difficile affermare la natura ancora tutta pubblica del gruppo e quindi il diritto dell'ente concedente, la Cassa Depositi e Prestiti, a ''saltare'' l'obbligo di gara.

Insomma, oggi le Poste rendono allo Stato circa un miliardo di utile all'anno; collocandone in Borsa il 40%, lo stesso Stato ricavera' 4-5 miliardi, ma rinuncera' a 400 milioni di euro di dividendi all'anno, insomma ''attualizzera''' in un anno l'incasso dei possibili, maggiori utili dei prossimi dieci. E' questo il dato di fondo, che l'entusiasmo per la privatizzazione non deve far dimenticare. E' una svenditina che non risolve assolutamente nulla rispetto al problema della gigantesca montagna del debito pubblico che ci opprime - 4 miliardi sono il 2 per mille del totale, 2000 miliardi di euro - e si traduce solo in un gesto gradito alle banche d'investimento e ai fondi di private equity internazionali che di solito, in questi collocamenti, fanno la parte del leone, conclude Il Ghirlandaio.com.

red-gbt/

TAG CORRELATI
Gli articoli più letti
Mps
Mps: da Vigilanza Bce no a proroga tempi per aumento capitale
Mps
Banche, Fonti Palazzo Chigi: nessun cdm previsto, schema dl pronto
Cambi
L'euro continua a calare dopo le mosse Bce, sotto 1,06 dollari
Latte
Mipaf: per latte e formaggi origine obbligatoria in etichetta
Altre sezioni
Salute e Benessere
Orecchie a sventola, clip rivoluziona intervento chirurgico
Enogastronomia
Furono i sardi i primi a produrre vino nel Mediterraneo
Turismo
Confesercenti: alberghi prenotati al 75% per Ponte Immacolata
Lifestyle
Giochi, Agimeg: nel 2016 raccolta supera i 94 miliardi (+7,3%)
Moda
Per Herno nuovo flagship store a Seoul
Sostenibilità
All'Isola della Sostenibilità il mondo dell'economia circolare
Efficienza energetica
Natale 2016, focus risparmio energetico e trionfo regalo Hi-tech
Scienza e Innovazione
Europei, Olimpiadi e terremoto, il 2016 su Facebook in Italia
Motori
Flash Mob ai Fori per Amatrice con la Ferrari del record in Cina