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pubblicato il 01/dic/2015 16:52

Occhi puntati sulla Bce, giovedì Draghi dovrebbe annunciare il Qe2

Bisogna far risalire l'inflazione più rapidamente

Occhi puntati sulla Bce, giovedì Draghi dovrebbe annunciare il Qe2

Roma, 1 dic. (askanews) - Il problema non è né il sé né il quando, il Consiglio direttivo della Bce si riunirà giovedì, ma piuttosto il quanto e il cosa: dopo mesi di preparativi, l'istituzione monetaria sembra pronta al più volte evocato potenziamento degli stimoli all'economia. L'attesa prevalente è che proceda con un mix di misure, che dovrebbero includere un rafforzamento degli acquisti di titoli, eventualmente un ampliamento delle emissioni coinvolte e una ulteriore riduzione dei tassi sui depositi che le banche commerciali parcheggiano presso la Bce, che sono già ad un valore negativo e pari al meno 0,20 per cento.

Le decisioni sui tassi verranno comunicate alle 13 e 45, e a parte la questione dei depositi non sono attese variazioni al riferimento sui rifinanziamenti principali (0,05%) e a quello sulle operazioni di rifinanziamento marginali (0,30%). Alle 14 e 30 il presidente Mario Draghi terrà la consueta conferenza stampa esplicativa, ed è a quel punto che dovrebbero essere annunciate le misure più attese. Il presidente illustrerà anche le nuove previsioni di crescita e inflazione.

La revisione all'attuale programma di acquisti è stata già battezzata "Qe2", acronimo di quantitative easing, e formalmente viene giustificata con la necessità di velocizzare il ritorno del caro vita a valori accettabili.

I trattati europei affidano alla Bce il compito formale di garantire la stabilità dei prezzi. A livello pratico l'istituzione quantifica questo obiettivo con una inflazione che sul medio periodo risulti inferiore ma vicina al 2 per cento. Invece da molti mesi è a ridosso di zero, a tratti è finita perfino a valori negativi e la Bce ha ripetutamente avvertito che il persistere di questa dinamica costituisce di per sé un rischio.

Perché aumentano le probabilità che si inneschi quel meccanismo insidioso - fatto di procastinamento degli acquisti in attesa di cali dei prezzi che alimentano ulteriori tagli ai listini - tipico della deflazione vera e propria. E la deflazione è temuta dalla Banche centrali almeno tanto quanto l'elevata inflazione, dato che le normali armi della politica monetaria risultano piuttosto inefficaci nel contrastarla. Una volta che i tassi di rifinanziamento sono a zero non si può procedere oltre, a meno di non voler lanciare banconote per strada.

Intanto la deflazione erode fatturato e utili delle imprese, diminuendo la loro capacità di investire e creare lavoro e così contribuisce ulteriormente alla debolezza generale. E' una trappola ben conosciuta in Giappone e in cui la fragile ripresa dell'area euro deve evitare di cadere.

I più recenti interventi di Draghi hanno offerto un crescendo costante della retorica interventista. Culminando il 20 novembre scorso, quando al convegno annuale sul settore bancario a Francoforte, menzionando le sue parole al medesimo evento di un anno prima ha detto chiaro e tondo: "faremo ciò che dovremo per conseguire il prima possibile un aumento dell'inflazione".

Gli ultimi ostacoli potrebbero essere rappresentanti dalle resistenze in seno al direttorio, sempre capeggiate dall'intransigente capo della Bundesbank Jens Weidmann, a sbilanciarsi su ulteriori stimoli senza prima verificare più a lungo gli effetti di quelli già varati. Si tratta tuttavia di posizioni minoritarie. E' vero che gli ultimi dati su inflazione, disoccupazione e attività economica, misurata dalle indagini sulle imprese, hanno segnato miglioramenti. Ma secondo la maggior parte degli analisti questo non dissuaderà la Bce dal muoversi.

Peraltro, se mancasse di agire dopo tutte le aspettative che ha incoraggiato sui mercati, l'istituzione rischierebbe di innescare una brusca reazione negativa.

A questo punto la prima decisione anche potrebbe essere presa è quella di prolungare l'attuale piano di acquisti, originariamente concepito per durare fino al settembre del 2016. Che sia di quattro, sei mesi o un anno, una proroga determinerebbe uno speculare incremento della mole del Qe. Attualmente la Bce procede al ritmo di 60 miliardi di euro di titoli acquistato ogni mese, prevalentemente emissioni pubbliche ma anche alcune tipologie di titoli bancari. Da qui a settembre avrebbe dovuto mobilitare 1.080 miliardi di euro.

Secondo alcuni analisti la Bce potrebbe decidere di incrementare del 50 per cento questa soglia, secondo latri perfino di raddoppiarla. Ma contestualmente potrebbe anche scegliere di raggiungerla più velocemente, aumentando la mole mensile degli acquisti di 10 o 15 miliardi di euro. Questo però potrebbe finire per riproporre il problema dei rischi di penuria di titoli in circolazione da rilevare. Circostanza che a sua volta potrebbe favorire un ampliamento della tipologia di emissioni acquistabili, magari includendo quelle di autorità locali.

Parallelamente la Bce potrebbe ridurre di altri 0,10 o 0,15 punti il tasso sui depositi. Difficilmente si spingerà oltre, come hanno fatto altre Banche centrali, in particolare quelle di Svizzera e Danimarca che li hanno portati al meno 0,75 per cento. Applicare tassi retributivi indirettamente crea un incentivo alle banche a impegnare i fondi in altri canali, la speranza è che sia l'economia reale. Ma di fatto diventa anche un costo supplementare e l'intento in questa fase non è certo quello di appesantire i bilanci.

In attesa di questi diversi possibili interventi i mercati hanno progressivamente accompagnato al ribasso l'euro, fin sotto quota 1,06 sul dollaro nelle sedute più recenti, sui minimi da oltre 7 mesi. Questa dinamica aiuta di per sé il conseguimento degli obiettivi formali della politica monetaria, dato che incrementa gli effetti dell'inflazione "importata". La consistenza del pacchetto di provvedimenti di giovedì determinerà o meno ulteriori cali della valuta verso la parità sul biglietto verde.

Ma le moderazioni dell'euro da sole non sono in grado di risolvere i problemi strutturali dell'area euro, che in un contesto di bassa crescita economica vede la disoccupazione, per quanto migliorata, sempre sopra la sogli del 10 per cento. La politica monetaria può supportare una economia in affanno ma non risanarla del tutto. E intanto rischia di alimentare l'insorgere di ulteriori squilibri, anche se nel recente rapporto semestrale sulla stabilità la Bce ha ribadito di non ravvisare rischi di bolle.

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