giovedì 08 dicembre | 21:51
pubblicato il 08/set/2016 07:02

Mps, in Borsa prevale il "wait and see". Oggi il Cda

Si farà punto su stato dell'arte progetto ricapitalizzazione

Mps, in Borsa prevale il "wait and see". Oggi il Cda

Roma, 8 set. (askanews) - "Se c'è una strada in fondo al mare prima poi ci troverà", parole e musica di Ivano Fossati che ben si adattano al Monte dei Paschi di Siena.

Oggi nella riunione del Cda della banca si farà il punto sullo stato dell'arte del processo di dismissione delle sofferenze e dell'aumento di capitale prossimo venturo. Una ricapitalizzazione che coprirà proprio i fabbisogni di capitale generati dalla cessione di 27 miliardi di sofferenze lorde.

Niente di decisivo all'orizzonte e titolo poco mosso ieri in Borsa, una chiusura a +0,38% tipica di una situazione da "wait and see". Il quadro sarà necessariamente più esaustivo una volta che la proposta al mercato sarà pienamente formulata e puntellata dal nuovo piano industriale che dovrebbe essere approvato verso la fine di settembre.

Dunque per ora niente cifre. Le ipotesi sul tappeto restano sempre due.

La prima quella di un aumento da 5 miliardi tutto in contanti, al momento la strada più difficile considerando l'impatto iperdiluitivo sugli attuali soci del Monte che, tra il 2014 e 2015, hanno già messo mano al portafoglio per 8 miliardi. Da qui la ricerca di "anchor investors", soggetti capaci da soli di assorbire una parte rilevante dell'impegno richiesto. Non gioca a favore la problematica, non solo senese, legata al profilo rischio/rendimento: il costo del capitale del Monte orbita intorno all' 11%, ampiamente sopra il rendimento sul patrimonio netto tangibile.

La seconda ipotesi è la ricapitalizzazione mista, in parte con l'emissione di nuove azioni, in parte attraverso la conversione volontaria di bond subordinati in azioni e, se possibile, con la presenza di "anchor investor" , chiamati però a un impegno meno gravoso rispetto alla prima ipotesi. Le indiscrezioni di stampa parlano di un processo di conversione di debito subordinato che potrebbe generare 1,5-2 miliardi di Cet1 riducendo la richiesta di denaro fresco intorno a 3-3,5 miliardi.

Il bouquet delle passività subordinate di Mps potenzialmente convertibili in Cet1 è al momento rappresentato da circa 1,5 miliardi di strumenti At1 che concorrono ai fondi propri (Tier 1) per 550 milioni.

Poi ci sono circa 5,5 miliardi di strumenti subordinati At2 che concorrono ai fondi propri (Tier 2) per circa 1,9 miliardi, al lordo però dei 961 milioni assicurati dal bond subordinato 2008-2018, ammontare nominale 2,1 miliardi, che si dice potrebbe essere escluso dalla conversione, e della sessantina di milioni assicurati dal prestito subordinato, ammontare nominale 400 milioni, in mano al Santander e che scadenza ad ottobre di quest'anno. Dunque la conversione degli At2 in Cet1 potrebbe riguardare circa 3 miliardi di bond che, al momento, apportano fondi propri (Tier 2) per poco meno di un miliardo.

L'impatto accrescitivo sul Cet1 dipenderà ovviamente dal rapporto di conversione delle passività subordinate in azioni.

Infine, il rebus sulla tempistica. Martedì il premier Matteo Renzi, spettatore non disinteressato a una vicenda che ha implicazioni sistemiche, ha detto di attendersi l'operazione entro fine anno. Secondo alcune indiscrezioni di stampa, le banche del consorzio che hanno sottoscritto solo un impegno di pre-sottoscrizione non ancora di totale garanzia sull'inoptato, vedrebbero di buon occhio il lancio dell'operazione dopo il passaggio referendario sulla riforma costituzionale, annunciato tra il 15 di novembre e il 5 dicembre.

Una vittoria del No viene considerata, dalla stampa internazionale ma anche da alcuni analisti, potenzialmente destabilizzante per il mercato finanziario italiano e potrebbe rendere ancor più in salita la ripatrimonializzazione di Mps. Peraltro una ricapitalizzazione prima del 15 di novembre si scontra con i tempi tecnici necessari per mettere in piedi il tutto.

Va comunque detto che il premier Matteo Renzi ha già derubricato i potenziali effetti politici di una vittoria del No, ricordando che "se passa il No non è la fine del mondo" e nemmeno quella "invasione delle cavallette" con cui il mitico John Belushi, nell'indimenticabile Blues Brothers, si giustificò di fronte a una moglie infuriata.

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