lunedì 20 febbraio | 13:01
pubblicato il 10/dic/2014 11:21

Media, quale futuro per le "hard news" nell'era digitale?

Rispondono 6 membri del gotha dell'informazione Usa e italiana

Media, quale futuro per le "hard news" nell'era digitale?

Roma, (askanews) - Lord Northcliffe, grande "tycoon" della stampa britannica dell'inizio del '900, aveva un test infallibile per riconoscere una notizia giornalistica rispetto alla "fuffa". "Una notizia - diceva - è qualcosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole che esca sulla stampa. Tutto il resto è pubblicità". Abbiamo chiesto a sei fra esperti e protagonisti della grande stampa americana e italiana quali pericoli e quali opportunità vedono nell'era dell'informazione digitale per le notizie come le definiva Northcliffe. Ci hanno risposto a margine del convegno "The State of Media", che ha riunito al Centro Studi Americani di Roma il gotha della stampa e dell'editoria americana e italiana per discutere del futuro del settore.

Andrea Ceccherini, presidente Osservatorio Permanente Giovani - Editori:

"Io penso che le vere notizie siano quelle scomode, e che da questo punto di vista questa sia una definizione corretta. Però penso anche che questo sia un tempo in cui vincono più i comunicatori, cioè coloro che riescono a trasmettere ciò che vogliono che si sappia, rispetto ai giornalisti, cioè coloro che sanno cercare ciò che per qualcuno può non essere gradito. Spero che questo tempo evolva".

Jeff Fager, Chairman Cbs News, Executive producer "60 Minutes":

"Temo che alcuni organi di stampa nel mondo digitale non lo capiscano, non distinguano bene fra cosa è pubblicità e cosa è una vera notizia. Ma credo davvero che le vere notizie siano quelle cose che qualcuno cerca di nascondere. Ed è un lavoro duro fare luce su queste cose, e spesso non è facile, e non si può fare in fretta. Ci vuole tempo, ci vogliono soldi, investigazione e pazienza. Perché le notizie vere sono difficili, e questo è un problema".

Justin Smith, Ceo Bloomberg Media Group:

"Ci sono dei digital media fantastici che fanno giornalismo investigativo, che si concentrano su storie serie, spiegate a fondo: l'innovazione è ovunque, non credo che ci sia un cambiamento nella natura o nella missione del giornalismo dai media tradizionali a quelli nuovi. Ci sono solo cambiamenti nel modo in cui quella missione è espressa, tecniche diverse per raccontare le storie, modi diversi di scriverle e titolarle, forse più brevi, con più immagini. Ma la missione dei mezzi di informazione giornalistici, far sì che le istituzioni rispondano di ciò che fanno, credo sia viva e vegeta nei media digitali".

Urbano Cairo, presidente Cairo Communications:

"Nel mondo tradizionale in cui c era un numero limitato di editori, tutto dipendeva dal fatto che fossero illuminati e questi aperti a pubblicare le notizie, e noi a La7 siamo abbastanza un esempio di libertà. Certamente con il digitale che si sviluppa saranno talmente tante le fonti di informazione che questo problema si supererà".

Ed O'Keefe, vicepresidente Cnn Money and Politics:

"Non ci sono mai state più informazioni, e probabilmente non ci sono mai state così tante informazioni di scarso valore. E' il paradosso in cui viviamo: è l'età d'oro del giornalismo, eppure c'è una cacofonia di rumori che probabilmente non è mai esistita prima". "Alla domanda se le notizie siano sempre qualcosa che qualcuno non vuole vedere scritte, non sono necessariamente d'accordo, ma credo che quando si parla del vero valore delle notizie, come abbiamo discusso nel convegno di oggi, vogliamo che il giornalismo prosperi, per una società libera e aperta. La sfida non è solo come le media company possono fare soldi, ma come sopravviveranno a questo momento stravolgente per mantenere i contenuti di alta qualità che sono quelli che alcuni non vorrebbero che siano diffusi e raccontati. Questo serve alla società: serve un 'watchdog', un cane da guardia che spiega e rivela temi che alcuni vorrebbero nascondere: crimini, indagini, scandali. Questo deve coesistere col mondo delle chiacchere".

Roberto Cotroneo, direttore Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss, editorialista Corriere della Sera,

"Lo vedo rischioso da un lato e depotenziato dall'altro: perché in realtà oggi è pressoché impossibile non pubblicare una notizia. Mentre prima si poteva sperare che qualcuno non la volesse pubblicata, ora con il digitale se non la pubblica uno la pubblica un altro e quindi non ci sono problemi, siamo più liberi. Dall'altro lato però il rischio è che accanto alle notizie che qualcuno non vorrebbe pubblicate si pubblichino anche le notizie che qualcuno vorrebbe pubblicate, e così diventa un calderone e una confusione assolutamente complessa".

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