mercoledì 18 gennaio | 02:40
pubblicato il 19/gen/2013 11:07

Media: il post primavera araba

(ASCA) - Roma, 19 gen - Al di la' dell'evoluzione della situazione interna di Tunisia, Egitto e Libia, la Primavera araba ha inequivocabilmente alterato l'assetto geostrategico mediorientale. Ma, a differenza delle altre agitazioni rivoluzionarie e dei colpi di stato che sin dagli anni '50 hanno travolto a piu' riprese la regione (i successi dei movimenti nazionalisti arabi - da Nasser in Egitto a Saddam Hussein in Iraq, la rivoluzione islamica iraniana, l'ascesa di Hezbollah in Libano, i movimenti jihadisti islamisti un po' ovunque), la ''Primavera araba'' non aveva un'agenda o delle connessioni sovranazionali: al contrario, i dimostranti erano preoccupati esclusivamente della loro situazione nazionale, mentre non hanno dato spazio a rivendicazioni a sostegno di cause sovranazionali, come la questione palestinese, e non hanno ceduto alle abituali condanne contro il sionismo o l'imperialismo statunitense. E' quanto pubblica la newletter MediaDuemila.. E anche quando le elezioni hanno portato al potere i partiti islamisti in Tunisia e in Egitto - nonostante questi non fossero in prima linea nelle dimostrazioni - essi sono stati abbastanza cauti da evitare di promuovere qualsiasi forma di militanza o solidarieta' sovranazionale. Contrariamente ai rivoluzionari iraniani, che nel 1979 presero d'assalto le ambasciate israeliana e statunitense, i governi tunisino ed egiziano hanno protetto (o hanno cercato di farlo) le ambasciate americane, e gli egiziani non hanno nemmeno congelato i rapporti diplomatici con Israele.

La prima conseguenza geopolitica della Primavera araba e' quindi quella di aver riportato il focus della mobilitazione politica popolare sulla situazione nazionale interna, a scapito delle cause ideologiche internazionaliste: ecco spiegato perche' tutti i soggetti che hanno costruito il loro ruolo intorno alla mobilitazione delle masse arabe contro l'''Imperialismo occidentale'' sono molto critici nei confronti della Primavera araba (tra questi l'Iran, tutti i jihadisti, molti salafiti, Hizb-ut-Tahrir, Hezbollah, ma anche - paradossalmente - molti intellettuali arabi di sinistra, in particolare tra quelli stabilitisi in Occidente). Ovviamente il nazionalismo, anche nella forma egoista, non ha mai smesso di essere il fulcro della politica estera dei regimi mediorientali; tuttavia molti di essi (quelli di Gheddafi, Saddam Hussein, Bashar al Assad, Khamenei e, in misura minore, il regime algerino) si dichiaravano in prima linea nella lotta collettiva della Umma (comunita') araba e/o musulmana contro il ''neocolonialismo''.

Questa nuova focalizzazione della politica araba sulle questioni nazionali e' destinata a consolidarsi. La Primavera araba, anche nei casi in cui e' stata seguita da contraccolpi conservatori, o addirittura autoritari, e' espressione di un cambiamento profondo delle societa' arabe: sta prendendo vigore una nuova generazione, piu' individualista, meglio istruita e scettica nei confronti della vecchia cultura politica fondata su leadership autoritarie e carismatiche o nei confronti delle ideologie sovranazionali, che si tratti di panarabismo o panislamismo.

htpp://www.mediaduemila.it/?p=11748.

m2/ram

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