martedì 21 febbraio | 09:53
pubblicato il 19/gen/2013 11:07

Media: il giornalismo digitale e il pubblico 'connesso'

(ASCA) - Roma, 19 gen - La prima cosa da dire e' che questo pezzo e' un sequel, e' il completamento dell'articolo presentato nell'ultimo numero dell'edizione cartacea di Media Duemila. In quel pezzo si riassumevano i risultati di una piu' ampia ricerca effettuata sui media digitali (ricerca finanziata da Open Society Foundation e condotta dal sottoscritto assieme a Gianpietro Mazzoleni, Universita' degli Studi di Milano, e Giulio Vigevani, Universita' degli Studi di Milano-Bicocca). In quel pezzo non abbiamo parlato di media digitali nel loro complesso, quanto di giornalismo digitale. A essere precisi abbiamo parlato delle virtu' del giornalismo digitale. Lo abbiamo fatto rimanendo saldamente nell'ambito della produzione di contenuti informativi. Ne da' notizia la newsletter MediaDuemila.

In questo articolo, invece, sconfiniamo, andiamo in un ambiente ameno, se non altro per la mia sensibilita' di ricercatore: ci occupiamo di lettori, o meglio, di prosumers.

Il termine deriva da una brutta crasi che unisce le parole produttore e consumatore (producer e consumer). Indica percio' coloro che contemporaneamente producono e fruiscono contenuti mediali. E' ridondante sottolinearlo, ma il terreno e' scivolosissimo.

Alcuni studiosi intravedono negli esiti delle pratiche messe in atto dai prosumers non solo un cambiamento dei media (e di conseguenza un cambiamento nei modi in cui dobbiamo concepirli), ma addirittura un cambiamento culturale tout court. Il riferimento ovvio e' a Jeremy Jenkins e al suo Cultura Convergente (2006).

Con una tecnica narrativa posticcia, ma quanto mai in voga (soprattutto in ambito accademico), anche qui facciamo riferimento a un pezzo di letteratura - in questo caso appunto alla Cultura Convergente di Jenkins - per criticarla e prenderne immediatamente le distanze, innanzitutto dal punto di vista metodologico, subito dopo da quello teorico.

Dal punto di vista metodologico perche' la ricerca che abbiamo svolto si e' trovata a considerare, osservare e valutare (in questo rigoroso ordine) solo il portato delle pratiche messe in atto dal lettore e questo portato e' stato considerato rispetto alle dinamiche che innesca nelle redazioni. Insomma, non era obiettivo della ricerca fare un'indagine su chi siano coloro che commentano, mandano foto o altro tipo di materiale alle redazioni. No, il nostro punto di vista e' stato sempre saldamente dalla parte dei giornalisti, di chi produce informazione. Dalla parte del newsmaking, insomma.

Allo stesso tempo quello che preme sottolineare e' che ci siamo trovati a considerare questo aspetto seppure nel disegno iniziale della ricerca era stato sottovalutato (ok, ammettiamo, ancorati alla sociologia degli emittenti e aggrappati all'analitica separazione tra chi produce e chi consuma contenuti dei media, non lo avevo neanche preso in considerazione).

Nella prima intervista effettuata per la ricerca, quando il mio interlocutore stava concludendo la ricostruzione della sua biografia professionale, proprio nel momento in cui raccontava del suo passaggio lavorativo dai media tradizionali a quelli elettronici, intercalo' - quasi sbadato - : ''Va beh, poi c'e' tutto il discorso sul lettore''. E io su quella frase buttata li' apparentemente in maniera distratta, rilanciai (in maniera poco ortodossa dal punto di vista metodologico, proprio perche' suggerivo quasi platealmente una risposta), ''Intende la retorica sulla partecipazione del lettore alla produzione di informazione?''. ''Ma che retorica! Qua siamo nel mezzo di una vera e propria rivoluzione''. Bang.

http://www.mediaduemila.it/?p=11748.

m2/ram

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