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pubblicato il 24/lug/2013 14:39

Fondazione Mps: Mancini e gli 11 sanculotti tra tregua e duello (punto)

(ASCA) - Roma, 24 lug - A Palazzo Sansedoni, storica sede della Fondazione Mps, terminata la riunione della Deputazione Generale, aggiornata al prossimo 2 agosto alla vigilia della scadenza del mandato. Ancora non si sa niente sui contenuti nella riunione di oggi, in cui un gruppo di 11 'dissidenti' avrebbe dovuto presentare un documento molto critico nei confronti dell'operato del presidente Gabriello Mancini e della Deputazione amministratrice. Una rivolta fuori tempo massimo, forse anche mal riposta alla luce di una unanimita' dal sapore bulgaro che ha prevalso per anni. Si chiude la stalla quando i buoi sono scappati da un bel pezzo. All'orizzonte per gli 11 aspiranti ''sans culottes'' non c'e' alcuna gloriosa Valmy (20 settembre 1792). Solo il vuoto pneumatico di un patrimonio sceso, in appena 6 anni, da un valore di mercato di 12 miliardi a 670 milioni euro, ora tutto composto da azioni Mps (33,5% del capitale), peraltro interamente in pegno alle banche creditrici di Palazzo Sansedoni. La debacle arriva da lontano, non solo dalle Deputazioni Amministratrici che hanno retto la Fondazione dal 2009, ma anche da quelle precedenti. A partire dall'aver privilegiato gli investimenti ''relazionali'' rispetto a quelli ''economico-finanziari''. Un esempio su tutti, l'inutile partecipazione dell'1,93% in Mediobanca costata oltre 200 milioni di perdite. Poi i numerosi investimenti, illiquidi, nel private equity, per finire a quelle dismissioni del Monte dei Paschi, da Fontafredda a Valorizzazioni Immobiliari che, per mancanza di compratori, sono finiti in pancia a Palazzo Sansedoni. In ultimo, ''l'inizio della fine'', la decisione, del 2008, di non diluirsi nell'aumento di capitale della banca al servizio dell'acquisizione dell'Antonveneta. Una scelta che ha comportato la concentrazione di quasi la totalita' del patrimonio della Fondazione sulle azioni Mps. La scorsa settimana Mancini ha annunciato da parte della Fondazione una azione di responsabilita' nei confronti degli ex vertici di Mps, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, spiegando che, a suo avviso, la Fondazione e' stata ingannata. Il colpo di grazia per l'ente senese e' venuto dall'adesione, in gran parte a debito, all'aumento di capitale della banca del 2011. Palazzo Sansedoni ha creduto al piano industriale della banca 2011-2015, modestamente chiamato ''Ambizione 2015''. Tra le ipotesi, a sostegno di una redditivita' che avrebbe dovuto assicurare un fiume di dividendi (2 miliardi) per garantire il rimborso dei debiti della Fondazione, c'erano previsioni economiche da libro dei sogni. Per il duo Mussari-Vigni, il Pil italiano sarebbe dovuto crescere, nel periodo del business plan, intorno all'1,5% all'anno, un ritmo piuttosto sostenuto. Il piano industriale di Intesa SanPaolo si fermava a un piu' modesto 0,7-0,8%. Non serviva un ''brainstorming (tempesta di cervelli)'' per capire che si trattava di numeri per un' Italia di altri tempi, forse quella del boom. Le famiglie italiane scoprivano il frigorifero e Jean-Luis Trintignant e Vittorio Gassman spopolavano, in bianco nero, con ''Il sorpasso''. Sergio Endrigo cantava ''Se le cose stanno cosi'''. men/

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